EUROPEI UNITE

Tangenti e “diamanti insanguinati”: l’“aiutiamoli a casa loro” nella pratica

23 July 2017
Categoria: Giustizia e affari interni,

Il 20 luglio il Tribunale dell’Unione europea ha emesso una sentenza importante e che per certi versi si inserisce perfettamente nel dibattito in corso in tutta Europa e in particolare in Italia, ossia quello sui migranti e le strategie che l’Ue e gli Stati membri dovrebbero adottare per gestire meglio gli imponenti flussi migratori. La sentenza resa con riferimento alla causa T-619/15 ha confermato il congelamento dei fondi già deciso nei confronti della società centrafricana Bureau d’achat de diamant en Centrafrique (Badica) e della società belga consorella Kardiam nel caso dei “diamanti di guerra” della Repubblica Centrafricana.

Il paese africano è storicamente uno dei più instabili dell’intero continente e per questo il fatto che sia tra i più ricchi di diamanti e che da essi dipende il 40% delle sue esportazioni non sembra essere casuale. L’ultimo scossone alla pace e alla stabilità del paese si è avuto nel marzo 2013, quando si è registrato un nuovo colpo di Stato perpetrato dai ribelli a maggioranza musulmana del gruppo Séléka che hanno costretto alle dimissioni l’allora presidente Francis Bozizé. Le violenze che hanno perpetrato su interi villaggi e comunità a maggioranza cristiana e animista hanno portato alla creazione di formazioni spontanee di autodifesa denominate anti-Balaka – dal momento che nella lingua sango “balaka” vuol dire machete, l’arma utilizzata dai Séléka negli assalti. Ben presto, comunque, anche gli anti-Balaka si sono abbandonati a violenze di ogni tipo. Visto il rapido deterioramento della situazione, la Comunità internazionale ha reagito in due modi: innanzitutto nel maggio 2013 la Repubblica Centrafricana è stata sospesa temporaneamente dal Processo di Kimberley, un meccanismo istituito nel 2003 dagli Stati produttori di diamanti grezzi per impedire che queste risorse così importanti e preziose vengano utilizzate da gruppi e movimenti di ribelli per finanziare conflitti finalizzati a indebolire o addirittura a rimuovere i governi legittimi. Diamanti che in questo caso hanno assunto la denominazione appunto di diamanti di guerra o diamanti insanguinati; nel 2014, invece, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 2149 con cui ha istituito la Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana (MINUSCA), peacekeeping operation con un mandato molto articolato che prevede i seguenti compiti prioritari: proteggere i civili; sostenere l’attuazione del processo di transizione; fare in modo che l’attività di assistenza umanitaria sia rapida e avvenga in un ambiente sicuro e protetto; tutelare il personale, l’equipaggiamento e le strutture dell’ONU; supportare la capacity building nei settori della giustizia e dello Stato di diritto; sostenere i programmi di disarmo, smobilitazione, reintegro e rimpatrio dei combattenti.

Fatto sta che, sebbene dal 2013 sia vietata l’esportazione di diamanti dal paese centrafricano, tale divieto non è stato rispettato dalle società Badica e Kardiam che per tutto il 2014 hanno continuato ad acquistare diamanti nella Repubblica Centrafricana offrendo il loro fattivo sostegno sia ai Séléka, sia agli anti-Balaka, in quanto i primi per autofinanziarsi impongono tasse agli aerei che trasportano diamanti e chiedono tangenti ai cercatori di diamanti per garantire la loro sicurezza, mentre entrambi i gruppi controllavano alcune miniere d’oro da cui Badica si è rifornita. Visti questi fatti gravi e preoccupanti, nell’agosto del 2015 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la risoluzione 2196 con cui ha inserito sia Badica che Kardiam nella lista delle persone e delle entità giuridiche che forniscono il loro sostegno a gruppi armati o a reti criminali mediante l’illecito sfruttamento, commercio o traffico di risorse naturali, tra cui i diamanti, l’oro, la fauna selvatica e i suoi prodotti, attività che minacciano la pace e la stabilità nella Repubblica Centrafricana. Recependo questa misura sanzionatoria, il Consiglio dell’Unione europea nello stesso anno ha deciso il congelamento dei fondi di Badica e Kardiam. Contro questa misura le due società hanno presentato ricorso presso il Tribunale dell’Unione europea, chiedendone l’annullamento dal momento che, a parere dei ricorrenti, le constatazioni del Consiglio erano da considerare inesatte o comunque non sufficientemente suffragate da prove inoppugnabili tali da motivare un provvedimento così severo. Ora l’epilogo: il Tribunale dell’Ue ha rigettato la richiesta delle due società e ha confermato il regime sanzionatorio a loro carico. In particolare, tra le motivazioni, risalta il passaggio in cui i giudici di Lussemburgo dicono che, «continuando a comprare i diamanti presso i collettori, la Badica e la Kardiam hanno necessariamente fornito un sostegno ai gruppi armati».

Alla luce di questa ricostruzione le domande che inevitabilmente occorre porsi sono diverse ma una su tutte ci pare che si imponga: dato che Séléka e anti-Balaka con i soldi di questi commerci illeciti finanzia anche la guerriglia che destabilizza il paese e costringe tante persone a abbandonare le proprie case e a riparare nei paesi limitrofi o addirittura a tentare il viaggio verso l’Europa, non è quantomeno incoerente e schizofrenico l’atteggiamento dell’Ue e dei suoi Stati membri che vorrebbe “aiutare i migranti a casa loro”, quando l’attività commerciale di certe aziende europee non fa altro che saccheggiare di risorse questi popoli, destabilizzare i loro paesi e costringerli ad emigrare? In sostanza, se da un lato l’Ue sta cercando di stabilizzare l’Africa e in particolare il Sahel, ad esempio finanziando la Forza congiunta recentemente istituita dai G5 del Sahel (Mauritania, Burkina Faso, Mali, Ciad e Niger), dall’altro lato i suoi Stati membri dovrebbero agire in maniera tale da non creare le condizioni affinché masse imponenti di persone siano costrette ad abbandonare i loro paesi e cercare fortuna in Europa o in altre aree più sicure.

Luigi D’Ettorre

 
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