La Strategia europea per l’economia circolare della plastica: una strada lunga e tutta in salita

rifiuti

Introduzione. È ormai noto che la plastica, materiale glorificato nel secolo scorso, prodotto a bassi costi, versatile e utilizzato in ogni campo e settore della vita dei cittadini e delle industrie, rappresenta oggi una delle principali minacce agli ecosistemi e alla vita stessa delle persone. La ragione è che l’utilizzo massiccio di materiali plastici nei decenni scorsi non è stato accompagnato da strategie per un corretto smaltimento ma, al contrario, si è assistito alla loro dispersione e al loro accumulo nell’ambiente che, a lungo andare, hanno provocato un gravissimo inquinamento degli habitat naturali, danni alla flora e alla fauna e problemi agli stessi esseri umani.
La plastica è oggi uno dei problemi più seri che il mondo deve affrontare in quanto l’inquinamento da essa causato si può verificare in varie forme e interessa ogni ambiente – dal suolo, ai fiumi, ai laghi fino ad arrivare ovviamente agli oceani – interessando le specie animali che in esso vivono. È stato stimato che nel mondo, 300 milioni di tonnellate di materiale plastico sono prodotti ogni anno – un dato destinato ad espandersi, con l’invenzione di nuovi tipi di plastica che andranno a soddisfare la sempre maggiore richiesta di prodotti da esso composti.
Le cause della pericolosità della plastica sono diverse: alcuni tipi rilasciano nel terreno o nell’acqua in cui si trovano sostanze chimiche nocive con il conseguente avvelenamento delle falde acquifere; ma una delle cause principali della pericolosità della plastica sta proprio nella sua natura, ovvero la sua durata nel tempo, praticamente illimitata. Aree di spazzatura galleggiante – ribattezzate come vere e proprie isole – contengono una grossa percentuale di plastica non degradabile. Uccelli marini e pesci sono sempre più vittime di questo fenomeno, in quanto ingeriscono le plastiche inavvertitamente o perché le scambiano per cibo, oppure rimangono intrappolati negli oggetti stessi. A questo devono aggiungersi due ulteriori problemi: da un lato, i processi di degradazione dovuti agli agenti atmosferici non riescono a consumare tali materiali alla stessa velocità con cui essi vengono prodotti/utilizzati/gettati e, dall’altro, i materiali plastici sono oramai entrati a far parte della catena alimentare che risale fino all’uomo. C’è, infatti, una completa discrepanza tra il ciclo di vita dei prodotti che le persone utilizzano e la loro longevità nell’ambiente: oggetti usati per pochi minuti rimangono indisturbati in natura senza degradarsi per moltissimo tempo, addirittura per secoli (solo per fare alcuni esempio si parla di bottiglie di plastica, filo interdentale rivestito di teflon, tamponi per le orecchie fatti in PVC, involucri dei pacchetti di sigarette).
Infine, a completare un quadro già avvilente, resta il fatto che, nonostante gli enormi passi avanti fatti dalla scienza e dalla tecnologia per il riciclo e quindi per il riutilizzo di questi materiali, non tutte le plastiche prodotte e utilizzate dall’industria sono riciclabili. In diverse parti del mondo le aziende produttrici non sono tenute a dichiarare quali componenti chimici utilizzano per produrre involucri e imballaggi; tuttavia, esse devono riportare il codice della resina utilizzata e che serve anche ad identificare i prodotti che possono essere riciclati. Le plastiche sono quindi riconoscibili unicamente tramite il loro logo di riciclaggio, composto da un triangolo al cui interno viene scritto un numero che va dall’1 al 7. Da 1 a 6 il materiale è riciclabile mentre il 7 identifica materiali non riciclabili.
Tra i materiali destinati all’imballaggio o al contenimento di altri prodotti va ricordata la bioplastica che, secondo la definizione data dalla European Bioplastics (l’associazione che rappresenta gli interessi dell’industria delle bioplastiche in Europa), è un tipo di plastica che deriva da materie prime rinnovabili oppure è biodegradabile o ha entrambe le proprietà, ed è inoltre riciclabile.
La bioplastica viene considerata ecologica poiché a differenza della tradizionale plastica ottenuta dal petrolio dovrebbe essere biodegradabile. Il suo tempo di decomposizione varia molto in base ai materiali di partenza e alle condizione di compostaggio. Tuttavia, se i vantaggi delle bioplastiche non solo esistono ma sono anche evidenti, ad essi si accompagnano anche svantaggi dovuti al fatto che quelle attualmente sul mercato sono composte principalmente da farina o amido di mais, grano o altri cereali. Sono infatti ancora poche le bioplstiche derivate da scarti agricoli o alimentari. La produzione di questi tipi di materiali, da un lato, potrebbe avere un impatto negativo sulla disponibilità di derrate alimentari causando rincari di alimenti come pane e pasta e, dall’altro, sta già causando il fenomeno delle monocolture create appositamente per la loro produzione, rischiando così la perdita di biodiversità e il depauperamento dei terreni di molti Paesi in via di sviluppo a causa dell’eutrofizzazione e dell’acidificazione dei suoli. Questi dati, così come era già avvenuto in passato per la produzione dei biocarburanti, rivelano che la “eco compatibilità” della bioplastica non è scontata e che il suo impatto ambientale potrebbe essere nell’insieme superiore (uso intenso di fertilizzanti e pesticidi, emissioni di gas serra durante lo smaltimento) qualora il settore non venisse regolamentato.

Cambiare l’approccio culturale che conduca all’economia circolare della plastica. Fa parte del Programma di Lavoro della Commissione europea per l’anno 2018 la Comunicazione adottata a Bruxelles il 16 gennaio scorso – COM (2018) 28 – e relativa ad una Strategia europea per la plastica, comprendente una serie di azioni che rientrano a loro volta nel più ampio piano per l’economia circolare dell’Unione europea. Nel dicembre 2015 la Commissione aveva infatti adottato un piano d’azione per un’economia circolare, nel quale erano state individuate le priorità legate alla plastica e l’impegno a presentare una strategia per affrontare i problemi che il suo intero ciclo comportano all’ambiente e ai cittadini.

All’interno della Strategia per un’economia circolare della plastica presentata pochi giorni fa, la Commissione europea approfondisce innanzitutto le sfide legate alla produzione, al consumo e al riuso della plastica: i tre ambiti di intervento vengono considerati come enormi opportunità per l’Unione, per i suoi cittadini e in particolare per la competitività della sua industria. Produzione, consumo e riuso fanno infatti parte di una catena che, se inserita all’interno di una strategia ambiziosa, può dare vita ad un importante circolo virtuoso capace di stimolare la crescita, l’occupazione e l’innovazione. Attraverso la strategia per l’economia circolare della plastica, l’Unione europea vorrebbe poi porsi come leader nelle soluzioni globali orientate alla transizione verso l’economia circolare a basse emissioni di carbonio e alla protezione degli habitat, da rendere più puliti e più sicuri.

Ripensare a tutta la catena del ciclo produttivo dei materiali plastici, dai produttori, ai rivenditori, ai consumatori fino ad arrivare a chi si occupa del riciclo, vuol dire ripensare alla cultura dei cittadini europei sui temi che hanno come oggetto i rifiuti e la lotta agli sprechi in senso lato. L’idea, certamente ambiziosa, alla base della Strategia della Commissione europea è quella di muoversi in parallelo con gli obiettivi perseguiti dalla rinnovata strategia di politica industriale dell’UE e propone un nuovo e indispensabile approccio che dovrà essere il fondamento di una nuova economia della plastica: «la progettazione e la produzione di materie plastiche dovranno rispettare pienamente le esigenze di riutilizzo, riparazione e riciclaggio. […] Il settore privato, insieme alle autorità nazionali e regionali, alle città e ai cittadini dovranno mobilitarsi per modificare il loro orientamento verso i prodotti fatti di plastica».
Il tema dei rifiuti plastici è tuttavia un problema che non può essere affrontato dai singoli Stati ma neppure dalle sole istituzioni europee, necessitando, al contrario, di un impegno internazionale soprattutto alla luce del fatto che, mentre in Europa la richiesta di plastica sta calando, in altre parti del mondo sta raddoppiando. Nonostante questo dato, nell’UE il settore delle materie plastiche impiega 1,5 milioni di persone e ha generato un fatturato di 340 miliardi di euro nel 2015. Nell’Unione, il potenziale per il riciclaggio dei rifiuti di plastica rimane in gran parte non sfruttato soprattutto se messo a confronto con altri materiali come carta, vetro o metalli. L’Europa genera circa 25,8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno ma meno del 30% di tali rifiuti viene raccolto per il riciclaggio. Inoltre, una quota significativa di tale importo lascia l’Unione europea per essere trattata in Stati terzi, anche laddove non sono previste regole stringenti di tutela dell’ambiente. Allo stesso tempo, un ulteriore dato risulta allarmante: se l’utilizzo delle discariche si sta riducendo, cresce costantemente il ricorso all’incenerimento.

Alla luce delle considerazioni della Commissione europea, la strategia per l’economia circolare della plastica prevede alcune azioni mirate alla diminuzione e alla progressiva eliminazione entro il 2030, di tutti gli imballaggi in plastica non riciclabili. La Strategia mira poi a riciclare, sempre entro lo stesso anno, la metà dei rifiuti in plastica grazie alle modifiche nella produzione e nel design dei prodotti. Se il riciclaggio delle materie plastiche entrasse a pieno regime, la Commissione europea stima un aumento dei posti di lavoro pari a 200.000, distribuiti in tutto il territorio comunitario. Inoltre, grazie ad una migliore raccolta differenziata e agli investimenti in innovazione per il riciclaggio, l’esportazione di rifiuti di plastica scarsamente differenziati sarebbe gradualmente eliminata. Un sempre maggiore ricorso al riciclaggio della plastica aiuterebbe a ridurre la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili importati e, in linea con gli impegni previsti dall’accordo di Parigi, ridurrebbe le emissioni di anidride carbonica.
A ciò vanno aggiunti gli impegni che gli attori chiave del processo di conversione culturale sul riciclaggio della plastica devono assumersi: essi dovrebbero infatti migliorare la progettazione e sostenere l’innovazione per rendere più facile il riciclo dei materiali plastici; ampliare e modernizzare la capacità di smistamento e riciclaggio dell’Unione; creare nuovi mercati per materie plastiche riciclate e rinnovabili.

Per sostenere l’inversione di tendenza richiesta nella Strategia, la Commissione ha proposto nuove disposizioni in materia di gestione dei rifiuti che vanno ad integrare quelle già esistenti creando un corpus di norme che stabilisce il quadro normativo per il trattamento dei rifiuti all’interno dell’Unione. Tuttavia, la legislazione europea e quelle nazionali devono fare ancora molto per migliorare la situazione attuale, aumentando e guidando gli investimenti pubblici e privati nella giusta direzione. Per il riciclaggio delle plastiche sarebbero ad esempio necessari sistemi che integrino le leggi sui rifiuti e rimuovano gli ostacoli specifici per il compartimento delle materie plastiche.

Conclusioni. La parola chiave quando si parla di tutela dell’ambiente (che passa, tra le altre cose, per le politiche di smaltimento e/o riciclo dei rifiuti) è “consapevolezza”. Fare scelte consapevoli e condivise da tutti gli attori, dalle istituzioni che decidono le regole, alle imprese che devono produrre materiali riciclabili, ai cittadini che possono mettere in atto piccoli e corretti comportamenti quotidiani, può fare la differenza. Alla base di nuove scelte culturali c’è una formazione specifica atta a sensibilizzare tutti i livelli menzionati.
La Strategia della Commissione europea, seppur leggermente in ritardo, punta anche a questo, rendere cioè consapevoli tutte le compagini interessate e impegnate nella salvaguardia del Pianeta e della salute umana del fatto che ogni scelta di oggi avrà una ricaduta importante sulla vita di tutti domani.
La Strategia della Commissione europea dovrà aspettare ulteriori atti di implementazione per poter essere giudicata. Una cosa è certa: la strada da percorrere è lunga e tutta in salita.

Luisa Di Fabio

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