Gli strumenti per raggiungere gli obiettivi sottoscritti a Parigi dividono il Consiglio Ambiente

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1. Il 19 giugno a Bruxelles si è riunito il Consiglio dell’Unione europea nella formazione “Ambiente”. Come prima cosa, i Ministri degli Stati membri hanno preso atto della decisione dell’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump di recedere dall’accordo di Parigi sul clima che, firmato nel 2015, impegna 194 paesi a prendere misure contro il cambiamento climatico e in particolare a ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e a limitare l’aumento del riscaldamento globale a meno di 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Per tale ragione, il Consiglio ha voluto ribadire, nelle sue conclusioni, che l’accordo di Parigi non è rinegoziabile e che è idoneo al raggiungimento degli obiettivi posti.

Per conseguire quanto sottoscritto nella capitale francese, anche l’UE, che ha ratificato l’accordo il 30 settembre 2016, si è impegnata a rispettare l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra (GES). Tuttavia, le sole politiche attuali non consentirebbero di raggiungere tale obiettivo e per questo la Commissione europea ha presentato due proposte di regolamento che riguardano le modalità e i mezzi per raggiungere quanto deciso a Parigi e che sono state oggetto di discussione “in prima lettura” da parte del Consiglio Ambiente: la prima proposta riguarda la contabilizzazione delle emissioni di gas a effetto serra derivanti dall’uso del suolo, dei cambiamenti di uso del suolo e della silvicoltura per raggiungere l’obiettivo della riduzione del 40% entro il 2030 rispetto al 1990 dei gas serra. L’atto in esame modificherebbe quello attualmente in vigore, il reg. 525/2013/UE e quindi comporterebbe novità anche nel monitoraggio e nella comunicazione che gli Stati membri sono tenuti a fare alla Commissione europea.

La seconda proposta di regolamento stabilisce invece obiettivi vincolanti nell’emissione di gas a affetto serra per gli Stati membri per il periodo 2021-2030 per tutti quei campi che non sono inclusi nel settore ETS. Per quanto riguarda il Sistema europeo di scambio di quote di emissione (EU ETS), si ricorda brevemente che esso rappresenta il principale strumento adottato dall’Unione europea, in attuazione del Protocollo di Kyoto, per ridurre le emissioni di gas a effetto serra nei settori energivori, ovvero dei grandi consumatori di energia: termoelettrico, raffinazione, produzione di cemento, di acciaio, di carta, di ceramica e di vetro. Il Sistema è stato istituito dalla Direttiva 2003/87/CE (Direttiva ETS) e istituisce un meccanismo di “cap&trade” in Europa per gli impianti industriali, per il settore della produzione di energia elettrica e termica e per gli operatori aerei. L’EU ETS viene definito “cap&trade” in quanto fissa un tetto massimo (“cap“) al livello complessivo delle emissioni consentite a tutti i soggetti vincolati, ma permette ai partecipanti di acquistare e vendere sul mercato (“trade“) diritti a emettere quote di CO2 secondo le loro necessità, all’interno del limite stabilito.

Tuttavia, se per i settori ETS gli Stati membri sono riusciti a trovare un accordo, quello sul regolamento che riguarda i settori non ETS resta un dibattito molto faticoso oltre che un tema ostico per i governi nazioni in quanto si tratta della copertura del 60% delle emissioni di gas dell’UE provenienti da settori strategici per uno Stato anche in termini di consenso della cittadinanza: trasporti, edilizia, servizi, agricoltura, rifiuti, piccoli impianti industriali. Oltretutto, nella proposta oggetto di dibattito, è stata introdotta una nuova clausola di sicurezza e anche a causa di quest’ultima riserva, non si è arrivati ad una votazione.

Dal 2013 gli obiettivi nazionali per i settori non ETS sono fissati nella cosiddetta decisione sulla condivisione degli sforzi (ESD). Il Consiglio europeo ha confermato il mantenimento di questo strumento per disciplinare le riduzioni di gas a effetto serra (GES) nell’UE anche per il periodo 2021-2030. Il 20 luglio 2016, la Commissione europea aveva redatto un rapporto contenente gli impatti e i costi a carico degli Stati membri, delle imprese e dei bilanci delle amministrazioni in cui aveva sottolineato che, fissando obiettivi per i settori non ETS basati sul PIL pro capite, si rispondeva alla principale preoccupazione degli Stati membri, ovvero l’equità. Secondo la Commissione europea, gli ulteriori adeguamenti previsti per gli Stati membri ad alto reddito, come anche il miglioramento delle flessibilità nuove ed esistenti, consentirebbero di raggiungere gli obiettivi in modo efficiente sotto il profilo dei costi. Per raggiungere lo scopo della riduzione dei GES dell’UE, compreso l’abbattimento di tali gas del 30% nei settori non ETS, è stato stimato che una riduzione interna del 40% delle emissioni di GES comporterebbe costi supplementari per il sistema energetico compresi tra lo 0,15 e lo 0,54% del PIL nel 2030. Per quanto riguarda le imprese, secondo la Commissione europea esse sarebbero interessate indirettamente in funzione della natura e della portata delle misure volte a ridurre le emissioni a livello nazionale e dell’UE. Per quanto riguarda i bilanci delle amministrazioni coinvolte, la proposta di stabilire obiettivi nazionali ridurrebbe gli impatti dei costi per gli Stati membri a basso reddito rispetto a una proposta che basi gli obiettivi esclusivamente sull’efficienza dei costi. La proposta prevede una maggiore flessibilità per garantire che i costi per gli Stati membri ad alto reddito siano comunque limitati. Sono raccomandati controlli di conformità molto meno frequenti, ossia a cadenza quinquennale anziché annuale, per ridurre gli oneri amministrativi degli Stati membri e della Commissione europea.

Per quanto riguarda l’Italia, la bozza di Strategia Energetica Nazionale (SEN) recentemente presentata dal Ministero dello sviluppo economico e dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, è fortemente raccordata con gli obiettivi che l’Europa si è data attraverso il Piano Clima Energia nell’ambito dell’Unione per l’Energia, e considera la riduzione di CO2, la percentuale di impiego di fonti rinnovabili e la riduzione del consumo grazie a misure di efficienza energetica. In particolare, per quanto riguarda la riduzione di CO2, il Piano fissa uno specifico obiettivo sia sulle emissioni dei settori ETS (-43% rispetto al 2005) sia sulle emissioni del non-ETS (-30%). Per il settore non ETS, l’obiettivo di riduzione è stato declinato anche a livello di singolo Paese: per l’Italia il valore proposto è -33%.

2. Infine, il Consiglio Ambiente ha anche adottato conclusioni su un Piano d’azione dell’UE per la natura, i cittadini e l’economia, il cui scopo è porre ancora una volta l’attenzione sulla protezione degli habitat naturali e delle specie per progredire verso l’obiettivo della strategia Europa 2020 di arrestare e invertire la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici. Il piano è composto da 15 azioni, da realizzare entro il 2019, finalizzate a migliorare rapidamente l’attuazione delle direttive Uccelli e Habitat che costituiscono le politiche faro dell’UE in materia di natura. Queste direttive hanno istituito la più vasta rete coordinata di zone protette ricche di biodiversità al mondo (la Rete Natura 2000) che, tuttavia, copre solo il 18% della superficie terrestre e il 6% di quella marina nell’UE.

Le 15 azioni da realizzare entro il 2019 si concentrano su quattro settori prioritari: migliorare gli orientamenti e le conoscenze e assicurare una maggiore coerenza rispetto ai più ampi obiettivi socioeconomici; favorire la titolarità politica e rafforzare la conformità; rafforzare gli investimenti nella Rete Natura 2000 e migliorare l’uso dei finanziamenti dell’UE; migliorare la comunicazione e la sensibilizzazione, e il coinvolgimento di cittadini, portatori d’interesse e comunità.

Le conclusioni del Consiglio su tale tema hanno ribadito che la tutela dell’ambiente passa per tutti gli attori coinvolti, dai cittadini ai proprietari dei terreni agricoli, dagli Stati che devono applicare le direttive europee all’Unione stessa che deve farsi portavoce e promotrice dei valori ambientali in modo sempre maggiore.

Luisa Di Fabio

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