Clima e corretta gestione delle sostanze chimiche sono i temi al centro del Consiglio Ambiente del 19 dicembre 2017. Il glifosato divide tuttavia gli Stati membri e l’opinione pubblica

Il Consiglio Ambiente, che riunisce i ministri degli Stati membri dell’Unione europea responsabili per la politica ambientale, ha avuto luogo a Bruxelles il 19 dicembre scorso.
I principali risultati della discussione hanno riguardato due punti fondamentali ruotando intorno al clima e alla corretta gestione delle sostanze chimiche.

1. Per quanto riguarda il clima, i ministri hanno continuato la discussione sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra che, rientrando nel più ampio dibattito sui cambiamenti climatici, prevede l’adozione di due regolamenti da parte di Consiglio e Parlamento europeo. Essi sono il regolamento sulla condivisione degli sforzi, che ha come oggetto la riduzione delle emissioni in tutti quei settori non coperti dal sistema ETS; e il regolamento sull’uso del suolo, sui cambiamenti di uso del suolo e sulla silvicoltura (regolamento LULUCF). Continua, infatti, la valutazione dei due strumenti legislativi proposti dalla Commissione europea nel luglio 2016 ma manca ancora la loro adozione in quanto i settori che i due regolamenti andrebbero a normare sono molto importanti per l’economia degli Stati ma soprattutto essi fissano obiettivi a carico di ciascuno Stato membro. Per l’Italia si prevede una riduzione delle emissioni pari a -33%. Per quanto riguarda gli altri Stati membri, le riduzioni oscillano tra lo 0% della Bulgaria e il 40% di Svezia e Lussemburgo anche se l’uscita del Regno Unito di Gran Bretagna dall’Unione europea comporterà sicuramente una nuova ripartizione degli oneri. Secondo i due regolamenti, la riduzione riguarda i seguenti settori: energia (in cui rientrano le emissioni da carburanti e da combustibili), agricoltura, processi industriali e uso dei prodotti e rifiuti, vale a dire i cosiddetti settori ESD (in quanto disciplinati dalla cd. Effort sharing decision n. 406/2009/CE).
In realtà, una precedente riunione del Consiglio Ambiente del 21 ottobre 2017, aveva concordato una posizione sulle due proposte di regolamento, cosa questa che aveva fatto ben sperare su una non troppo lontana adozione. Tuttavia, i regolamenti si trovano ancora in una fase di discussione data la difficoltà di quantizzare i costi non solo per le pubbliche amministrazioni ma anche per i cittadini e per le piccole e medie imprese. Quel che è certo è che, una volta entrati a regime, i benefici che i due regolamenti potrebbero apportare alla qualità dell’ambente e all’abbassamento dei gas serra sono innegabili ed auspicabili.

2. Per quanto riguarda la protezione della salute umana e dell’ambiente, il Consiglio ha adottato delle conclusioni sulla gestione corretta delle sostanze chimiche che rientra nel più ampio obiettivo della revisione del c.d. regolamento REACH e di un controllo dell’adeguatezza di tutta la legislazione in materia di sostanze chimiche. Il Regolamento n. 1907/2006, per l’appunto REACH, entrato in vigore il 1° luglio 2007, ha sostituito, attraverso un unico testo, le molteplici normative comunitarie presenti nel panorama legislativo fino a quel momento. Il Regolamento prevede in particolare la registrazione di tutte le sostanze prodotte o importate nel territorio dell’Unione in quantità pari o superiore ad una tonnellata all’anno. Esso ha istituito l’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) che ha lo scopo di gestire e, in alcuni casi, realizzare studi su aspetti tecnico-scientifici e amministrativi connessi a tali sostanze e assicurarne la coerenza applicativa a livello comunitario. Il REACH è quindi un sistema integrato di registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche che mira ad assicurare un maggiore livello di protezione della salute umana e dell’ambiente e prevede, tra le altre cose, anche la possibilità di adottare restrizioni per le sostanze e i preparati che comportano pericoli per l’ambiente e la salute umana.

Anche nel caso delle conclusioni del Consiglio Ambiente, i settori che si nascondono dietro a semplici sigle sono moltissimi: si va dalla corretta gestione delle sostanze chimiche, all’approccio strategico riguardante l’inquinamento delle acque provocato dalle sostanze farmaceutiche, alla relazione sulla valutazione delle miscele chimiche, fino ad arrivare ai prodotti per la cosmesi e alle proprietà di alcune sostanze in essi contenute che hanno la capacità di interferire con il sistema endocrino umano. Nella corretta gestione delle sostanze chimiche rientrano poi alcune “questioni politiche” individuate a livello internazionale nell’ambito del SAICM (Strategical Approach to International Chemicals Management), una strategia difensiva adottata a Dubai nel 2006 proprio durante la Conferenza internazionale sulla gestione delle sostanze chimiche. Le sei “questioni politiche” emergenti e le altre due questioni che destano preoccupazione individuate nell’ambito del SAICM sono il piombo nelle vernici, le sostanze chimiche nei prodotti, le sostanze pericolose nel ciclo di vita dei prodotti elettrici ed elettronici, le nanotecnologie e i nanomateriali di sintesi, le sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino, gli inquinanti farmaceutici persistenti nell’ambiente, i composti perfluorurati e il passaggio ad alternative più sicure e infine i pesticidi molto pericolosi.
Tuttavia, a causa del fatto che la Commissione europea non ha presentato proposte per una revisione adeguata del regolamento REACH, né altre iniziative volte a migliorare l’acquis dell’UE in termini di corretta gestione delle sostanze chimiche, le Conclusioni dei ministri riuniti il 19 dicembre scorso hanno chiesto ai commissari europei un’azione volta proprio a controllare la coerenza tra REACH e la normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro, l’adeguatezza del quadro normativo in materia di sostanze chimiche, ad individuare le possibilità che ne agevolino l’attuazione, compresa la riduzione dei costi di conformità, in particolare per le PMI, garantendo al contempo un elevato livello di protezione della salute umana e dell’ambiente; e infine, a prestare attenzione alla conformità, alla qualità, all’efficacia e all’efficienza delle procedure di gestione dei rischi di REACH; all’eliminazione delle lacune nei dati e alla stabilità finanziaria per le attività dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) dopo il 2018.

Si arriva quindi alla controversa questione del glifosato. Quanto emerso dalla riunione del Consiglio Ambiente sembra non essere perfettamente in linea con quanto accaduto meno di un mese fa, quando, il 27 novembre 2017, il Comitato d’appello degli Stati membri dell’UE ha votato a favore della proposta della Commissione europea di rinnovare l’autorizzazione per altri 5 anni per l’utilizzo del glifosato, una sostanza chimica presente in alcuni erbicidi utilizzati in agricoltura, sul cui impiego è in corso da anni un aspro dibattito in quanto è ambigua la sua classificazione scientifica. Solo per fare un esempio, il glifosato è classificato come sostanza «probabilmente cancerogena per gli esseri umani» dall’Organizzazione mondiale della sanità, ma «sostanza non cancerogena» proprio dall’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA).
Alla votazione, hanno risposto in modo favorevole alla proroga 18 Stati membri, 9 (Italia e Francia, anche Belgio, Grecia, Ungheria, Cipro, Malta, Lussemburgo e Lettonia) hanno votato contro e 1, il Portogallo si è astenuto.
Il rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato è arrivato nonostante il Parlamento europeo avesse proposto il phase out, ovvero una riduzione graduale ma totale del glifosato entro cinque anni, a cominciare da restrizioni immediate per gli usi non professionali e come disseccante in pre-raccolta. Tuttavia, l’iniziativa del Parlamento europeo, ancora una volta l’istituzione più attenta a determinati temi come i diritti o l’ambiente, non ha avuto seguito né presso la Commissione europea, né negli Stati membri, e ci si riferisce in particolar modo alla Germania, il cui voto favorevole è servito a spostare gli equilibri verso il rinnovo dell’autorizzazione.
Il caso del voto della Germania, oltre a suscitare dubbi sull’opportunità del governo tedesco che si trova ad affrontare una delle più grandi acquisizioni mai avvenute in Europa (l’acquisizione da parte dell’azienda teutonica Bayer della Monsanto, produttrice del glifosato) è utile a ricordare, molto brevemente, che la possibilità di utilizzare sostanze chimiche dannose per l’ambiente e la salute umana anima numerosi dibattiti tra cui quello sul CETA, l’accordo di libero scambio che l’Unione europea ha stretto con il Canada, non ancora ratificato ma comunque applicato in via provvisoria. Nonostante gran parte delle associazioni di categoria si fosse dichiarata, anche attraverso campagne di sensibilizzazione e iniziative, contraria ad un simile accordo, le istituzioni europee e gli Stati membri hanno preferito non prestare ascolto ai reclami ed alle proteste di fronte all’utilizzo di sostanze chimiche che, se vietate all’interno dell’Unione o in alcuni dei suoi Stati membri (l’Italia ha ad esempio vietato l’utilizzo del glifosato nel 2016 in aree frequentate dalla popolazione quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie, ma anche in campagna in pre-raccolta al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura), è al contrario consentito in Paesi terzi, quali il Canada. Ci si chiede a questo punto se l’iniziativa della Commissione europea di prorogare l’autorizzazione all’uso del glifosato non sia un modo per far rientrare dalla finestra quello che in tanti anni di battaglie per la protezione dell’ambiente e per l’affermazione del diritto alla salute umana, era stato cacciato via dalla porta.

Luisa Di Fabio

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