Riunione informale dei ministri degli esteri e difesa UE su difesa comune e politiche migratorie – Amsterdam, 5-7 febbraio (11.02.2016)

Dal 5 al 7 febbraio scorso i ministri della difesa (5-6 febbraio) e degli esteri (6-7 febbraio) si sono riuniti al National Maritime Museum di Amsterdam in occasione delle periodiche riunioni informali sotto l’egida della presidenza di turno dei Paesi Bassi. Una tre giorni intesa a fare il punto sulle questioni salienti dell’agenda europea, anche in funzione di raccordo alle riunioni istituzionali del Consiglio.
I ministri della difesa degli stati membri hanno discusso le prospettive della politica di difesa comune, con specifico riferimento allo European Defence Action Plan. Una questione, quella della difesa europea, nei confronti della quale il Trattato di Lisbona – che dedica alla Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) la Sezione II, Capo II del Titolo V del Trattato sull’Unione Europea (TUE), artt. 42-46 – ha introdotto una serie di novità che meritano di essere sinteticamente prese in esame e che sono centrali nella configurazione del nuovo approccio. Scopo della PSDC, che costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune (PESC), è quella di assicurare che l’Unione disponga di una “capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari”, e comprende “la definizione di una politica di difesa comune dell’Unione” (art. 42 TUE). La stessa disposizione, al comma 3, attribuisce all’Agenzia Europea di Difesa il ruolo di migliorare progressivamente la capacità militare, individuare le esigenze operative, prevedere misure per rispondere ad esse, ecc… Tali “capacità” sono fornite dagli Stati membri.
L’importanza di un ulteriore elemento introdotto dal processo di riforma sfociato a Lisbona è stato recentemente messo in luce dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker: la possibilità di porre in essere una cooperazione strutturata (“permanent structured cooperation”). L’art. 44 del TUE afferma che “il Consiglio può affidare la realizzazione di una missione a un gruppo di stati membri che lo desiderano e dispongono delle capacità necessarie per tale missione”. Tale forma di cooperazione è instaurata da quegli Stati che “rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militare e che hanno sottoscritto impegni più vincolanti in materia ai fini delle missioni più impegnative” (art. 42, par. 6 TUE).
Gli stati europei, in una fase di crescenti tensioni e moltiplicati fronti di crisi alla frontiera esterna dell’UE e dalla presenza di minacce eterogenee quali quella di matrice terrorista all’interno, stanno tentando di imprimere una sensibile accelerazione nel processo verso un maggiore coordinamento e rafforzamento delle sinergie nel settore della difesa. Una maggiore cooperazione che si rende ancor più necessaria in tempi di scarsità di risorse finanziarie. Su questo aspetto, la creazione di una difesa comune, secondo molti, garantirebbe un risparmio di risorse quantificate dall’Istituto di Affari Internazionali in 20, 6 miliardi annui. Uno dei problemi maggiori riscontrati oggi nel settore della difesa europea, infatti, è proprio la frammentazione. La messa in comune di risorse per la difesa contribuirebbe ad eliminare duplicazioni e sovrapposizioni di strutture nazionali. In questa direzione la Commissione sta lavorando fianco a fianco con l’Agenzia Europea di Difesa, così come si è intensificato il lavoro congiunto tra quest’ultima ed il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE). Da segnalare che il Consiglio Europeo ha incaricato l’Alto Rappresentante (AR), Federica Mogherini, di rendere disponibile entro il giugno 2016 una Strategia globale europea sulla politica estera e di sicurezza comune, che andrebbe quindi ad aggiornare la strategia che portò alla nascita dell’Agenzia Europea di Difesa, nel 2004.
Il 5 e 6 febbraio è stata la volta dei ministri degli esteri nella riunione semestrale anche detta “Gymnich”. L’ordine del giorno è stato dominato dalla gestione dei flussi migratori e dalle relazioni con l’Iran.
Sul primo punto, in qualità di paesi candidati alla membership e coinvolti direttamente nella questione della gestione dei flussi, alla compagine ministeriale UE si sono aggiunti i ministri degli esteri di Turchia, Montenegro, Albania, Macedonia e Serbia. L’Alto Rappresentante ha fatto riferimento ad una “shared responsibility” che fa capo ai soggetti coinvolti e la necessità di mettere in campo un’azione comune. In merito alla Turchia, la Mogherini ha ribadito la valenza dei tre miliardi di euro elargiti ad Ankara per la gestione dei flussi. Il governo turco, dal canto suo, ha affermato l’AR nella conferenza stampa a margine dell’incontro, si sarebbe impegnato a concedere permessi di lavoro ai rifugiati siriani e ad introdurre un numero di visti per stranieri che si dirigono in Turchia. In merito alle relazioni con l’Iran, i ministri degli esteri hanno svolto un aggiornamento rispetto ad un approccio comune in vista degli incontri ad alto livello previsti per lo sviluppo delle relazioni bilaterali UE-Iran. In senso generale, soprattutto dopo l’entrata in vigore dell’accordo nucleare del luglio 2015, intervenuta a gennaio, l’incontro è servito a raccogliere gli orientamenti in relazione alle implicazioni di quello che sembra una nuova fase di protagonismo di Teheran, sia a livello regionale che internazionale.
Diego Del Priore
Per saperne di più:

European Defence Action Plan

Agenzia Europea di Difesa

Politica estera e di sicurezza comune (PESC)

Dossier nucleare iraniano

Accordo con la Turchia sulla gestione dei flussi migratori

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