Riunione del Consiglio affari esteri: in agenda Turchia, Siria, PESD ed il punto sulla cooperazione UE-NATO (20.11.2016)

Il 14 novembre i ministri degli esteri dell’UE hanno animato, in una sessione congiunta con i ministri della difesa, una riunione che ha posto una particolare enfasi sulla questione dell’attuazione del piano di sicurezza e difesa nell’ambito della strategia globale europea. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha dichiarato, a margine della sessione, come «l’attuazione del piano e le conclusioni adottate dal Consiglio sono la migliore garanzia da dare ai cittadini ed i nostri partner». Un capitolo di particolare importanza nelle discussioni è stato dedicato alla Turchia, in virtù dei recenti sviluppi della situazione politica del paese dopo il fallito golpe del 15 luglio e le conseguenti reazioni del governo di Ankara. Il 15 novembre, si sono riuniti i ministri della difesa. I lavori hanno previsto la partecipazione del Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, per affrontare il tema della cooperazione UE-NATO e del coordinamento delle operazioni poste in essere nell’ambito della politica europea di sicurezza e difesa (PESD).
Turchia. Sulla scia della dichiarazione rilasciata dall’Alto rappresentante UE lo scorso 8 novembre, i ministri europei sono tornati sulla delicata situazione politica in Turchia. Se da un lato si è evocata la necessità di mantenere vivo il binario del dialogo politico e diplomatico con il governo di Ankara – partner strategico non solo a livello economico ma anche in relazione al fronte siriano e iracheno, con la questione della gestione dei flussi di migranti verso l’Europa ad essi collegata– dall’altro si sono messi in evidenza una serie di elementi di criticità. Bruxelles, in tal senso, ha manifestato le proprie preoccupazioni in merito alle prospettive che vedrebbero il reinserimento della pena di morte nell’ordinamento turco; verso la crescente repressione degli organi di stampa; alla questione dei diritti umani e della garanzia dello stato di diritto. Elementi, questi ultimi, già richiamati nella sopra menzionata dichiarazione della Mogherini, in cui, tra le altre cose, è presente l’invito rivolto alla Turchia, in qualità di paese candidato alla membership, a sostenere il più alto livello di dialettica democratica. Il 15 luglio scorso, la Turchia è stata il teatro di un colpo di stato tentato da alcuni reparti militari anti-Erdogan, represso dalle forze filo-governative nella notte tra il 15 ed il 16 luglio. L’onda lunga del fallito putsch è stata caratterizzata da un giro di vite da parte dell’esecutivo turco che non ha risparmiato stampa, organi giudiziari e rappresentanti politici curdi. Sulle cause del fallimento del golpe, se alcuni analisti hanno individuato nella lacunosa organizzazione dei golpisti e nella mancanza di una reale alternativa politica per il paese gli elementi decisivi, si ritiene interessante riportare quanto osservato da Hurichan Islamoglu, docente di storia economica all’Università del Bosforo: «Nel mondo si dimentica che almeno il 51 per cento di oltre 80 milioni di turchi sta con lui (il presidente Erdogan, nda). E il segreto del suo successo resta soprattutto economico. In 13 anni Erdogan ha rivoluzionato il Paese. Ha creato una nuova classe media di ex contadini urbanizzati che lo adora. Il nostro reddito pro-capite medio è passato con lui da 2.000 dollari annuali a 11.000. Se non si comprende questo non si capisce come mai è sopravvissuto al golpe».
Southern Neighbourhood. La Siria continua ad occupare inevitabilmente un posto di rilievo nell’agenda europea. Nell’occasione, l’Alto rappresentante ha riportato ai ministri presenti gli esiti della sua recente visita in Iran (29 ottobre) ed in Arabia Saudita (31 ottobre). La missione diplomatica ha assunto la funzione di sondare e promuovere possibilità di intesa regionale. Un tentativo che si è sviluppato, non casualmente, tra due paesi che a livello regionale sono storicamente portatori di ambizioni contrapposte. Il Consiglio ha inoltre adottato una decisione che estende a diciassette ministri e al governatore della Banca centrale siriana le sanzioni comminate al regime di Damasco. Il 17 ottobre 2016 il Consiglio aveva adottato le sue conclusioni a fronte del deterioramento della situazione nel paese e il drammatico coinvolgimento della popolazione civile. Nel documento, i rappresentanti europei avevano invocato con urgenza la fine del sorvolo del territorio da parte di aerei militari del regime e dei suoi alleati, la fine dell’assedio e la necessità di garantire l’accesso degli aiuti umanitari su scala nazionale. La crisi siriana coinvolge, oltre a paesi della regione come, appunto, l’Iran, l’Arabia Saudita e la stessa Turchia, potenze esterne al quadrante mediorientale, quali la Russia, vicina al governo di Damasco. Tra gli ostacoli principali che al momento precludono l’individuazione di una soluzione politica percorribile sembra consistere in una non arginabile, almeno finora, discrasia tra gli obiettivi dei vari paesi coinvolti a vari livelli nel conflitto. La stessa “trasversalità” della guerra contro lo Stato islamico è stata più volte utilizzata come uno strumento per perseguire, al contrario, obiettivi intimamente nazionali. Questo sembra essere il caso della Turchia, laddove le operazioni militari del governo di Ankara hanno avuto come bersaglio privilegiato soprattutto le postazioni curde al confine con l’Iraq. Ciò che sembra certo è che alla fine della guerra le frontiere della regione, soprattutto quelle tra Iraq e Siria non saranno più le stesse, a circa un secolo di distanza dagli accordi Sykes-Picot del 1916, attraverso i quali Francia e Gran Bretagna delinearono nella sostanza l’assetto che è sopravvissuto fino ai nostri giorni.
Cooperazione UE-NATO e PESD. Alla presenza del segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, i ministri della difesa hanno fatto il punto sullo stato della cooperazione con l’Alleanza atlantica sul versante dell’attuazione della strategia globale europea su sicurezza e difesa e in virtù dell’importante joint declaration dello scorso 8 luglio, firmata a Varsavia. La dichiarazione costituisce la base sulla quale sviluppare una cooperazione più efficace. Ciò con particolare riferimento a sette aree puntualmente identificate nel documento. Tra di esse spicca la promozione di una coerente e complementare capacità di difesa e lo sviluppo di progetti su base multilaterale; scambi di informazione e di intelligence; promozione dell’industria della difesa in Europa e oltre l’Atlantico; incremento della cooperazione in tema di cybersecurity. La Mogherini e Stoltenberg hanno informato i ministri della difesa europei che nell’ambito di queste aree sono state presentate quaranta proposte che verranno sottoposte al vaglio delle rispettive formazioni consiliari dell’UE e della NATO all’inizio di dicembre. Nel contesto delle operazioni PESD, l’Alto rappresentante ha aggiornato i rappresentanti dei paesi membri sullo stato della cooperazione tra la EUNAVFOR MED Operation Sophia e l’operazione NATO “Sea Guardian”. La funzione cardine dell’operazione “Sophia”, istituita il 18 maggio 2015,  risiede nel rafforzamento della presenza delle forze navali UE nel Mediterraneo centro-meridionale al fine di ridimensionare le rotte della tratta di migranti, soprattutto in seguito ai naufragi dell’aprile 2015, individuando attività legate a contrabbandieri e trafficanti di migranti. L’UE ha stanziato per lo svolgimento della missione risorse per 11.800.000 euro per un periodo di dodici mesi. Il 20 giugno il suo mandato è stato esteso fino al 27 luglio 2017.

Diego Del Priore

Per saperne di più:

Joint Declaration UE-NATO

Accordi Sykes-Picot

EUNAVFOR MED Sophia

Operazione NATO “Sea Guardian”

Comments are closed.