Politica estera UE tra Libia e “processo di pace” in Medio Oriente (26.01.2018)

Il 22 gennaio i ministri degli esteri europei si sono incontrati nella prima riunione dell’anno della formazione Affari esteri del Consiglio, a Bruxelles.
Tra i punti salienti oggetto di discussione – oltre a questioni che da tempo catalizzano l’agenda dell’azione esterna dell’UE, come le vicende in Libia – uno spazio di rilievo è stato dedicato al “processo di pace”, nell’ambito del conflitto israelo-palestinese. Il fronte diplomatico, al riguardo, è tornato in primo piano soprattutto in virtù delle decisioni del governo nordamericano sulla questione di Gerusalemme, riconosciuta da Washington capitale dello stato di Israele. Lo status di Gerusalemme costituisce, come noto, uno dei nodi più spinosi del binario diplomatico.
Partendo dalla questione libica, i ministri degli esteri dell’UE hanno recepito il rapporto svolto dal Rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Ghassam Salamé, in merito agli ultimi sviluppi politici e diplomatici. l’UE ha sottolineato il pieno sostegno all’azione ONU ed in particolare allo UN Action Plan il quale, tra gli altri, si pone l’obiettivo di portare il paese alle elezioni nel 2018, attraverso un processo politico votato all’inclusione delle forze in campo. Altro elemento emerso è stato il reiterato consenso europeo intorno al Government of National Accord (GNA), internazionalmente riconosciuto come il solo legittimo governo del paese, come del resto certificato dalle risoluzioni 2259 e 2278 del Consiglio di Sicurezza. Il GNA è costituito da 17 ministri e presieduto dal primo ministro Fayez al-Sarraj. Fin dal suo arrivo a Tripoli, il 30 marzo 2016, è stato al centro di un acceso dibattito politico in merito al grado di effettività di controllo su un territorio nazionale lacerato dalle divisioni e da fazioni contrapposte.
Per quanto attiene le relazioni bilaterali UE-Libia, fin dall’inizio della crisi, l’UE ha posto in essere un serie di azioni, finanziate con 120 milioni di euro, volte all’assistenza in diversi settori- società civile, infrastrutture, governance e sanità solo per citarne alcuni –  ed alla realizzazione di trentasette progetti. Tra i programmi di assistenza più significativi, da citare il “Support to Civil Society in Lybia” che si propone, attraverso lo stanziamento di tre milioni di euro, di promuovere il dialogo tra i rappresentanti dei vari settori della variegata società libica e le autorità locali e nazionali.
Come anticipato, il conflitto israelo-palestinese ha occupato una parte rilevante del dibattito in seno al Consiglio. L’Alto Rappresentante Federica Mogherini ha ribadito in primo luogo la posizione di Bruxelles. «L’Unione Europea continua a sostenere la soluzione dei due Stati – ha dichiarato la Mogherini – Ci opponiamo fermamente all’attività di costruzione di colonie da parte di Israele che consideriamo illegale secondo il diritto internazionale. Per raggiungere una soluzione è necessario parlare ed agire con coerenza e senso di responsabilità. Non è tempo di disimpegno. Al contrario, crediamo che palestinesi ed israeliani devono manifestare, oggi più che mai, il loro impegno al fianco della comunità internazionale, per lavorare insieme ad una soluzione ad una soluzione negoziata». Ad oggi, tuttavia, la soluzione dei due stati è preclusa dalla valutazione dell’oggettiva situazione geografica del territorio sul quale dovrebbe sorgere in potenza il futuro stato palestinese. Senza considerare la situazione della striscia di Gaza, la Cisgiordania, ad oggi, appare come un territorio frammentato dove le comunità palestinesi si localizzano a macchia di leopardo, divise e accerchiate da insediamenti israeliani. Una discontinuità che rende di fatto altamente improbabile l’applicazione del parametro dei due stati per due popoli. Come fa notare Sara Roy, del Centre of Middle Eastern Studies dell’Università di Harvard ed eminente studiosa del conflitto israelo-palestinese, dietro tale struttura della mappa della Cisgiordania si cela una politica ben precisa, inaugurata negli anni ’90: la c.d. politica dei confinamenti. “La politica israeliana dei confinamenti – afferma la studiosa americana – rappresenta il fattore più deleterio per l’attività economica palestinese e la vita della popolazione. Il confinamento è stato imposto per la prima volta nel marzo del 1993, prima della firma del primo Accordo di Oslo nel settembre dello stesso anno, e da allora è sempre in vigore. Tramite il processo di Oslo si è usato il confinamento per dividere, isolare, reprimere le comunità palestinesi. Con l’Intifada di Al-Aqsa (settembre 2000 nda) la politica del confinamento ha trovato la propria espressione più estrema, quella dell’assedio e dell’accerchiamento, disgregando e separando le comunità palestinesi con grave danno per il benessere individuale e collettivo».
A margine del Consiglio, l’Alto Rappresentante ed i ministri europei hanno incontrato il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas. L’incontro ha rappresentato l’occasione, tra le altre, per ribadire la posizione europea su Gerusalemme considerata quale capitale dei due Stati. Gerusalemme è stata annessa da Israele nel 1967, durante la Guerra dei sei giorni. Oltre alla città, Israele conquistò Gaza, le alture del Golan, il Sinai e la Cisgiordania. Recentemente, il vicepresidente statunitense Mike Pence, in un discorso alla Knesset, ha certificato la posizione di Washington di considerare Gerusalemme quale capitale di Israele, come dimostra la volontà di trasferire l’ambasciata USA da Tel-Aviv alla “città santa”. Si noti come nel 1980 il Parlamento israeliano ha adottato la Legge Fondamentale, che stabiliva unilateralmente che Gerusalemme fosse la capitale, indivisa ed unita, dello stato di Israele.

Diego Del Priore

Per saperne di più:

UN Action Plan

Processo politico in Libia

Gerusalemme

 

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