Olio di palma e disboscamento delle foreste pluviali: il Parlamento europeo si esprimerà in una risoluzione (27.02.2017)

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Considerazioni introduttive. Secondo i Trattati, la politica ambientale dell’Unione europea deve perseguire gli obiettivi della preservazioneprotezione e miglioramento della qualità dell’ambiente, della protezione della salute umana e della promozione di un utilizzo prudente e razionale delle risorse naturali (artt. 11 e da 191 a 193 del trattato sul funzionamento dell’Unione
euro
pea). La politica ambientale è un settore di competenza concorrente tra l’Unione e gli Stati membri ma essa ha assunto un ruolo talmente importante e ampio che, se per alcuni tipi di problemi ambientali l’azione a livello nazionale, regionale o locale è sufficiente, molte altre questioni ambientali oltrepassano i confini nazionali rendendo necessaria un’azione globale, che l’Unione potrebbe affrontare in modo più efficace, anche insieme ad altri partner internazionali.

Secondo la Commissione europea, la biodiversità, ossia la straordinaria varietà di ecosistemi, specie e geni che abita il pianeta terra, è l’assicurazione sulla vita degli esseri umani: garantisce cibo, acqua pura e aria pulita, offre mezzi di riparo e medicine, mitiga le catastrofi naturali, l’azione dei parassiti e le malattie e contribuisce alla regolazione del clima. La biodiversità costituisce inoltre il capitale naturale, fornendo i servizi ecosistemici che sono alla base dell’economia. Con il deterioramento e la perdita di biodiversità tali servizi scompaiono: la scomparsa di specie e habitat priva della ricchezza e dei posti di lavoro derivanti dalla natura, mettendo a repentaglio il benessere finora acquisito. È per questo motivo che la perdita di biodiversità è la minaccia ambientale che, insieme al cambiamento climatico, incombe più gravemente sul pianeta, e i due fenomeni sono inestricabilmente legati. La biodiversità risente anche pesantemente degli effetti causati da fattori indiretti, come l’aumento della popolazione, la scarsa conoscenza delle problematiche ad essa inerenti e il fatto che il suo valore economico non sia preso in considerazione nei processi decisionali. L’attuale tasso di estinzione delle specie è senza precedenti: principalmente a causa delle attività umane, la velocità con cui attualmente le specie si estinguono è da cento a mille volte superiore al tasso naturale. Secondo la FAO (Food and Agricolture Organisation), il 60% degli ecosistemi mondiali sono degradati o utilizzati secondo modalità non sostenibili, il 75% degli stock ittici sono troppo sfruttati o depauperati e dal 1990 si è assistito alla perdita del 75% della diversità genetica delle colture agricole a livello mondiale. Sempre attenendosi ai dati della FAO, circa 13 milioni di ettari di foresta tropicale vengono abbattuti ogni anno e il 20% delle barriere coralline tropicali è già scomparso, mentre il 95% di quelle restanti rischia di scomparire o di essere gravemente minacciato entro il 2050 se i cambiamenti climatici proseguiranno al ritmo attuale (ReefsatRiskRevisitedWorld ResourcesInstitute, 2011).

Tale premessa è stata necessaria per comprendere la ratio della risoluzione che il Parlamento europeo dovrebbe adottare e che ha per oggetto l’olio di palma e le conseguenze che derivano dalla deforestazione di intere aree in cui le foreste pluviali stanno scomparendo per far posto a colture di palma da olio.

La complessità della questione dell’olio di palma. L’olio di palma è entrato prepotentemente all’interno delle vaste tematiche ambientali in quanto da meno di vent’anni ha raggiunto due primati: da un lato è diventato l’olio più usato al mondo e dall’altro si è trasformato in una delle maggiori cause della diffusa devastazione degli ecosistemi tropicali.

L’olio di palma ha fatto sì che le isole di Sumatra e del Borneo in Indonesia siano diventati i casi di deforestazione più veloce della storia umana. Lo sviluppo incontrollato delle monocolture di palma da olio ha provocato, infatti, danni irreparabili alla biodiversità di determinati luoghi in particolare delle foreste pluviali che rappresentano solo il 7% della vegetazione mondiale. Anche i vicini ecosistemi marini sono sotto crescenti pressioni, avendo già subìto la perdita irreversibile delle acque sotterranee e il prosciugamento dei fiumi. Enormi incendi devastano le foreste tropicali e le torbiere e nelle aree colpite il clima subisce variazioni, con conseguenze sui cambiamenti climatici a livello globale. Tali cambiamenti influenzano non soltanto la flora e la fauna tropicali, ma anche gli abitanti presenti, la cui sussistenza è strettamente legata a tali ecosistemi.

Il problema dell’olio di palma è talmente vasto da essere entrato a far parte anche degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. L’ONU ha infatti presentato un rapporto nel novembre 2016, “Palm oilParadox: soluzioni sostenibili per salvaguardare le grandi scimmie”, che evidenzia, tramite uno studio durato due anni e condotto nel Sud-Est Asiatico, la necessità di individuare le aree in cui le piantagioni devono essere vietate per essere riservate invece alle popolazioni delle grandi scimmie. Il rapporto indica anche quali devono essere i passi essenziali per evitare che in Africa, dove queste coltivazioni si stanno espandendo esponenzialmente, si ripetano i danni ambientali e le perdite di biodiversità registrati già in Asia. Ma l’industria dell’olio di palma produce un fatturato di 62 miliardi di dollari l’anno e questo tipo di olio è un ingrediente contenuto nella metà dei prodotti presenti all’interno dei supermercati. Per questa ragione il rapporto ONU sostiene l’approccio c.d. “multi-stakeholder” che prevede un dialogo tra gli esperti ambientali e le multinazionali in quanto questo metodo appare per ora l’unico praticabile.

La questione dell’olio di palma non è nuova ma è da poco balzata alle cronache: se infattida tempo nutrizionisti e ambientalisti ne denunciano la pericolosità per l’organismo se assunto giornalmente e per le zone in cui le palme da olio sostituiscono la vegetazione autoctona, è solo nel corso del 2016 che i consumatori sono divenuti più attenti all’argomento, grazie anche alle opere di sensibilizzazione di associazioni quali Greenpeace o il WWF.

Tuttavia, non tutte le tesi discriminano l’olio di palma: i suoi sostenitori sono in particolare coloro che lo producono e coloro che finanziano la realizzazione delle enormi distese di palma da olio nei paesi tropicali. La ragione per la quale l’olio di palma è preferito ad altri tipi di ingredienti è presto detta: tra tutte le piante da olio, la palma è la coltura più efficiente in termini di resa per unità di superficie coltivata. Inoltre, l’olio di palma è divenuto negli anni un motore di crescita economica per i paesi del Sud-est Asiatico e dell’America Latina ed ecco spiegata un’altra ragione per cui non è possibile criminalizzare in termini assoluti la produzione di tale olio. Oltre a ciò, le stesse associazioni che si occupano di tutela dell’ambiente stanno cercando da diverso tempo delle soluzioni che non vadano ad incidere troppo sull’economia dei paesi in via di sviluppo ma che, al tempo stesso, non deturpino in modo irrecuperabile le foreste pluviali, inestimabile – ma non infinito – patrimonio del mondo. Per questo, è la stessa associazione Greenpeace a sostenere che il boicottaggio dei prodotti contenenti olio di palma non può e non deve essere una soluzione in quanto danneggerebbe le economie di quelle popolazioni che si sostentano grazie alla sua produzione.

Nonostante le rassicurazioni, è Amnesty International ad aver presentato un rapporto diverso nel novembre 2016 intitolato “Il grande scandalo dell’olio di palma: violazioni dei diritti umani dietro i marchi più noti”, che constaterebbe la violazione in Indonesia dei diritti umani fondamentali, anche dei bambini, da parte del più grande coltivatore e fornitore di olio di palma per molti famosi marchi mondiali.

I problemi diventano infatti evidenti quando alle normali attività vengono a sostituirsi veri e propri sistemi illeciti che, nei paesi in via di sviluppo, possono trovare condizioni particolarmente favorevoli grazie a connivenze politiche, standard dei diritti umani e dei lavoratori molto bassi, scarsa attenzione alle tematiche ambientali e veri e propri vuoti nelle legislazioni che non permettono neppure di perseguire determinati reati. Si parla di reati infatti, non solo nel rapporto di Greenpeace “Dirty Bankers” (1) che mostrerebbe come negli ultimi cinque anni HSBC, la più grande banca europea, abbia prestato centinaia di milioni di dollari a sei tra le più distruttive società indonesiane del settore dell’olio di palma – Bumitama, Goodhope, IOI, Noble, POSCO Daewoo e Gruppo Salim/Indofood – che lo producono distruggendo vaste aree di foresta pluviale indonesiana, habitat degli oranghi. Queste società sarebbero inoltre responsabili di espropriazioni delle terre ai danni delle popolazioni locali, di violazioni dei diritti dei lavoratori e dello sfruttamento del lavoro minorile. Inoltre, la distruzione delle torbiere da parte dell’industria dell’olio di palma e del settore della carta è ormai riconosciuta come la causa principale degli incendi che ogni anno colpiscono le foreste dell’Indonesia. Uno studio dell’Università di Harvard e della Columbia stima che, a causa della crisi ambientale e sanitaria verificatasi nel 2015 per colpa di questi incendi massivi, in tutto il Sud-Est asiatico ci siano state circa 100 mila morti premature. Sempre secondo Greenpeace, un’analisi effettuata sui dati diffusi dal Ministero dell’Ambiente e delle Foreste indonesiano rivelerebbe come, a partire dal 1990, l’Indonesia abbia perso 3.122 milioni di ettari di foresta pluviale, una superficie paragonabile all’estensione della Germania. A fare le spese della distruzione di questo ecosistema vi sono, tra gli altri, gli oranghi del Borneo che, causa della conversione delle foreste in piantagioni, lo scorso anno, sono passati da specie “in pericolo” a specie “in pericolo critico” all’interno della “Lista Rossa” dell’International Union for Conservation of Nature.

 Il progetto di risoluzione del Parlamento europeo. Il Parlamento europeo non è nuovo ad iniziative di tutela ambientale che richiamano alla responsabilità le stesse imprese europee che operano nei paesi terzi nei settori che più preoccupano sotto il punto di vista della tutela dei diritti umani e ambientali. È per tali ragioni che, nel novembre del 2016, la Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (ENVI) del Parlamento europeo ha proposto una risoluzione sull’olio di palma e il disboscamento delle foreste pluviali. Il progetto di risoluzione tenta, prima di tutto, di fare chiarezza tra la moltitudine di considerazioni che, da un lato o dall’altro, estremizzano sul tema. Ma la risoluzione prova anche a trovare il giusto equilibrio tra economia sostenibile, diritti umani, diritti ambientali e sviluppo sia delle comunità autoctone che delle imprese impegnate in tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione fino ad arrivare al consumo del prodotto finito.

Nella risoluzione si legge che l’Unione europea è il terzo mercato di sbocco dell’olio di palma e contribuisce in modo significativo agli eventi in corso nei paesi tropicali dove si coltiva la palma da olio. Le istituzioni finanziarie europee sono inoltre tra i maggiori investitori in questo settore e sono pertanto responsabili del modo in cui sono gestiti i loro finanziamenti. L’olio di palma non è utilizzato esclusivamente nella produzione di alimenti, ma viene anche impiegato dall’industria agroalimentare come ingrediente e/o sostituto in ragione del prezzo di acquisto inferiore come materia prima rispetto ad altre materie prime, come il latte, ma è anche presente in molti prodotti cosmetici e per l’igiene personale oltre che nei biocarburanti per le automobili e le centrali elettriche. Paradossalmente infatti, l’eccessiva importazione europea di olio di palma è dovuta proprio alla produzione di biocarburanti. Tra le dichiarazioni della parlamentare europea KateřinaKonečná, relatrice del progetto di relazione dell’ENVI, si legge: «Quasi la metà dell’olio di palma che arriva in Europa viene utilizzato come bio-carburante e ciò è illogico, perché l’Unione europea sta cercando di prevenire i danni climatici ricorrendo ai bio-carburanti, […] ma utilizzare l’olio di palma in questo modo contribuisce alla deforestazione delle foreste pluviali, favorisce la diffusione di consistenti incendi che danneggiano il clima e di molti altri aspetti negativi che stanno distruggendo il nostro pianeta».

La Commissione ENVI richiama, nel suo progetto di relazione, un dato positivo che è costituito da alcuni tipi di sistemi volontari di certificazione nati negli anni. Tuttavia, ne deve rilevare l’insufficienza in quanto essi non proibiscono ai loro aderenti di convertire foreste pluviali o torbiere in piantagioni di palma da olio, né riescono a ridurre le emissioni di gas serra derivanti dal processo di creazione e gestione delle piantagioni, non riuscendo di conseguenza a evitare imponenti incendi in boschi e torbiere. Uno studio dell’EFSA (2), l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, fornisce prove sufficienti che alcune sostanze che si formano durante la lavorazione di oli vegetali raffinati sono tossiche e cancerogene, e queste sostanze sono presenti in quantità particolarmente alte negli oli di palma, di 6/10 volte superiori rispetto agli altri grassi vegetali.

Secondo la Commissione ENVI quindi, l’Unione dovrebbe sostenere lo sviluppo di sistemi multilaterali di certificazione che garantiscano in modo inequivocabile che l’olio di palma da essi certificato non sia causa di deforestazione, di distruzione delle torbiere o di altri siti di valore ecologico; non sia causa di problemi sociali e conflitti; permetta l’integrazione dei piccoli coltivatori nel sistema di certificazione dell’olio di palma e garantisca la loro giusta quota di profitti. Per tali ragioni il progetto di relazione vorrebbe che la Commissione europea si impegnasse maggiormente nel delineare misure ambientali adeguate anche nella stipulazione degli accordi commerciali. Laddove infatti, non sia possibile negoziare con la controparte tali misure, il PE chiede l’aumento dei dazi sulle importazioni di olio di palma direttamente associato alla deforestazione.

Alla Commissione ENVI si sono unite la Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (AGRI) e la Commissione per lo sviluppo del Parlamento europeo (DEVE) in quanto le questioni che ruotano attorno all’olio di palma riguardano diversi temi, tra cui quello dello sviluppo economico e sostenibile sia delle popolazioni locali che dell’imprenditoria straniera, ma anche l’agricoltura e i danni che essa può provocare se praticata in modo non responsabile.

La Commissione AGRI ha suggerito di rivolgere una maggiore attenzione ai consumatori, in quanto in alcuni Stati membri perdura la pratica di usare l’olio di palma per produrre prodotti lattiero-caseari, come il formaggio, senza che questo sia indicato sul prodotto, il che risulta ingannevole proprio per i consumatori. Ma la Commissione AGRI vorrebbe che venisse sottolineato il ruolo che altre produzioni possono avere per compensare l’importazione di olio da palma. Un esempio è costituito dalla colza, che ha acquisito sempre maggiore importanza come fonte di energia per la produzione di biocarburanti e svolge un ruolo rilevante come mangime per gli animali ricco di proteine e in grado di sostituire la soia geneticamente modificata. Inoltre, secondo la Commissione AGRI, l’Unione europea dovrebbe diminuire la dipendenza dalle importazioni globali di soia e sostenere maggiormente il mercato agricolo europeo anche in ragione del fatto che la gran quantità di olio di palma a basso costo rappresenta un elemento di pericolosa concorrenza per gli oli vegetali prodotti in Europa, rendendo in tal modo ancora più difficile la situazione in cui versano attualmente i produttori europei. L’agricoltura commerciale ha inoltre reso la palma da olio una monocoltura su scala industriale, con grande uso di fertilizzanti e pesticidi, che mettono a serio rischio l’ambiente e le comunità.

La Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale ha chiesto poi che vengano inseriti nella risoluzione i rischi che gli animali selvatici corrono e che aumentano in quanto la deforestazione agevola le attività illecite di bracconieri e trafficanti. La Commissione AGRI ha voluto ricordare anche il trattato di libero scambio che l’Unione sta negoziando con l’Indonesia dal luglio del 2016 e ha invitato il Parlamento europeo ad inserire nella risoluzione da approvare la richiesta di non includere nei negoziati l’olio di palma e i suoi derivati.

Infine, la Commissione AGRI vorrebbe che fosse messo in rilievo il grande potenziale delle pratiche agroecologiche per massimizzare le funzioni ecosistemiche come la formazione del suolo, il ciclo dei nutrienti, l’impollinazione e la regolazione degli organismi nocivi da parte di predatori naturali sui terreni agricoli esistenti, mediante, per esempio, le colture consociate e l’agroforestazione, senza dipendere dai fattori di produzione o ricorrere a monocolture.

La seconda Commissione del PE che ha espresso suggerimenti alla proposta di risoluzione in esame è la Commissione per lo sviluppo che, il 10 gennaio scorso, ha chiesto di inserire nella risoluzione l’immediata cessazione delle sovvenzioni da parte dell’UE per i biocarburanti ottenuti dalle colture alimentari e l’eliminazione graduale di tali combustibili in quanto responsabili del «disboscamento illegale». La Commissione per lo sviluppo ha sottolineato che i sistemi di certificazione volontaria attualmente esistenti, come la Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile (RSPO), sono inadeguati in quanto non riescono a far fronte al landgrabbing (l’accaparramento illegale dei terreni) e alle violazioni dei diritti umani. Gli standard della RSPO sono considerati troppo bassi e le imprese che ne fanno parte non sono in grado di garantire che nella propria filiera produttiva non si verifichino fenomeni come la deforestazione o pratiche come l’incendio delle torbiere (3). Inoltre, ha chiesto di definire disposizioni vincolanti per le catene di approvvigionamento degli importatori dei prodotti agricoli di base.

Anche a tal fine la Commissione per lo sviluppo del PE ha chiesto un miglior coordinamento delle politiche in materia di foreste, agricoltura, uso del suolo e sviluppo rurale al fine di conseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) e gli impegni in materia di cambiamenti climatici. La preoccupazione della Commissione per lo sviluppo dipende anche da ulteriori fattori: da un lato, il fatto che molti accordi fondiari violino il principio del consenso libero, previo e informato delle comunità locali; dall’altro il fatto che l’Unione europea è uno dei principali importatori di prodotti derivanti dal disboscamento illegale. Per far fronte a questi problemi la Commissione sviluppo chiede di inserire il settore agroalimentare nel campo di applicazione della direttiva che riguarda la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario (4) in quanto, in questo modo, le imprese (almeno quelle con sede legale nell’UE) avrebbero l’obbligo di presentare una relazione sui pagamenti effettuati ai governi di Stati terzi. Nei suggerimenti della Commissione DEVE compare lo “High Carbon Stock”, la risposta di Greenpeace al problema degli incendi, un approccio che permetterebbe di individuare le aree dove è consigliato realizzare piantagioni di palma da olio, ovvero terreni degradati, con basso valore naturalistico e di stoccaggio di carbonio. Si eviterebbe così di convertire in piantagioni le preziose foreste del Sud Est Asiatico, che sono invece importantissimi bacini di biodiversità, depositi di carbonio e motori dell’ossigenazione del globo.

Naturalmente la relazione si concentra anche sui consumatori dei prodotti contenenti olio di palma: per essi, il PE chiede alla Commissione europea di avviare una campagna di informazione, in collaborazione con il settore delle ONG, per fornire ai consumatori indicazioni complete sulle conseguenze della coltivazione sconsiderata di palma da olio per garantire che essi sappiano che un prodotto non è legato alla deforestazione (tramite un’apposita indicazione sul prodotto) e siano liberi di scegliere.

Nell’ambito del bilanciamento tra le diverse esigenze economiche, sociali e ambientali, la relazione del PE chiede alla Commissione europea di promuovere attività volte a creare una sinergia tra la PAC, la Politica agricola comune, e le politiche di riduzione della deforestazione, REDD+, ossia “ReducingEmissions from Deforestation and ForestDegradation”, un meccanismo lanciato durante la COP di Bali del 2007 che prevede la possibilità di sviluppare dei meccanismi per incentivare la riduzione delle emissioni dovute alla deforestazione attraverso la conservazione e la gestione sostenibile delle foreste nei paesi in via di sviluppo.

Anche la PAC rappresenta per il Parlamento europeo un’importante materia di negoziazione con il Consiglio dell’UE in quanto in questi ultimi anni esso ha adottato numerose risoluzioni su alcune questioni complementari alla riforma della PAC stessa (6). La PAC è stata richiamata dalla Commissione ENVI in quanto bisognerà valutare le possibili implicazioni della riforma per i paesi extra-UE, che potrebbero tradursi in un ulteriore fattore di deforestazione massiccia. Infatti, tra le altre cose, la riforma della PAC del 2013 (per il periodo 2014-2020) è stata fortemente criticata per l’istituzione del greening, il pagamento verde. Più precisamente, anche la nuova PAC è stata adattata all’impegno più generale dell’UE che mira alla tutela dell’ambiente e alla lotta al cambiamento climatico, riconoscendo il ruolo fondamentale che l’agricoltura riveste nel perseguire questi obiettivi. Da qui l’introduzione del greening, ovvero di una componente rilevante nei pagamenti diretti (pari al 30% delle risorse nazionali per gli aiuti diretti), che andrà a finanziare certe pratiche agricole obbligatorie, benefiche per l’ambiente ed il clima. Per poter beneficiare dell’importo per la componente di greening, l’agricoltore deve percepire il pagamento di base e attuare sull’intera superficie tre pratiche agricole: diversificazione delle colture; mantenimento di pascoli e prati permanenti; presenza sulla superficie agricola di un’area di interesse ecologico. Queste pratiche saranno tuttavia valide solo all’interno dell’Unione europea ed è proprio questo il fattore che potrebbe incoraggiare, nei paesi tropicali e in quelli in via di sviluppo, pratiche che all’interno dell’UE non sono più consentite (nel caso specifico, come se già non accadesse, interi ettari destinati alle monocolture).

Il 7 dicembre 2016 sono stati presentati circa trecento emendamenti alla risoluzione in esame e tra i più importanti spiccano quelli che intendono ampliare lo spettro delle cause della deforestazione che, in effetti, non possono essere ascritte esclusivamente alla produzione di palma da olio. Tra le ragioni della perdita delle foreste bisogna infatti considerare che circa la metà (49 %) di tutta la deforestazione tropicale recente è riconducibile al dissodamento illegale a favore dell’agricoltura commerciale e che tale distruzione è causata dalla domanda esterna di materie prime agricole tra cui, oltre all’olio di palma, compaiono la carne bovina, la soia e i prodotti del legno; si stima inoltre che la conversione illegale delle foreste tropicali in terreni per l’agricoltura commerciale produca 1,47 gigatonnellate di carbonio all’anno, equivalente al 25 % delle emissioni annuali da combustibili fossili dell’UE (8).

Per quanto riguarda poi le certificazioni volontarie di sostenibilità ambientale delle produzioni di palma da olio, un emendamento mostra un quadro a tinte ancora più fosche: viene infatti aggiunto un considerando di denuncia del fatto che, spesso, nei paesi produttori non siano neppure disponibili dati certi sulla superficie di territorio adibita alla coltivazione autorizzata o meno di palma da olio e che questo ostacolo sminuisce all’origine le attività volte a certificare la sostenibilità dell’olio di palma. Inoltre, un nuovo emendamento specifica che l’assenza di mappe accurate delle concessioni per la coltivazione di palma da olio e di registri pubblici dei terreni in molti paesi produttori rende difficile determinare la responsabilità degli incendi boschivi. Gli incendi, in Indonesia e nel Borneo, hanno esposto 69 milioni di persone ad un insalubre inquinamento atmosferico e sono la causa di migliaia di morti premature. Un nuovo considerando ricorda poi che gli incendi scoppiati nel 2015 nelle zone menzionate sono stati i peggiori degli ultimi venti anni. Nel 2014 invece, il settore dell’energia è stato responsabile del 60% delle importazioni di olio di palma nell’Unione europea, di cui il 45% è stato utilizzato per i trasporti e il 15% per la generazione di elettricità e di calore.

Ancora sulle certificazioni, la cui moltitudine disorienta i consumatori finali, un nuovo emendamento esprime preoccupazione per la relazione della Corte dei conti europea (9) che ha concluso che i sistemi di certificazione non garantiscono un olio di palma realmente sostenibile, con particolare riferimento al certificato per l’olio di palma sostenibile (certifiedsustainablepalmoil – CSPO), che non è efficace nell’assicurare norme pertinenti e il rispetto delle stesse. La Corte ha infatti riscontrato che alcuni sistemi non erano sufficientemente trasparenti o avevano strutture di governance di parte, aumentando quindi il rischio di conflitti di interesse e impedendo una comunicazione efficace con la Commissione, le autorità nazionali, gli altri sistemi, gli organismi di certificazione e gli operatori economici.

Per quanto riguarda i diritti umani alcuni emendamenti ricordano che numerose inchieste hanno rivelato una diffusione dell’abuso dei diritti umani fondamentali al momento della creazione e della gestione delle piantagioni di palma da olio in molti paesi, tramite violazioni che comprendono gli espropri forzati, la violenza armata, il lavoro minorile, la sottomissione tramite debiti o le discriminazione delle comunità indigene. Altri emendamenti si sono concentrati invece sulla sopravvivenza delle specie a rischio estinzione: oltre all’orango di Sumatra, le specie animali la cui conservazione è in pericolo sono, a mero titolo di esempio, il rinoceronte di Giava, il rinoceronte di Sumatra, la tigre di Sumatra, l’elefante pigmeo e la nasica del Borneo.

Considerazioni conclusive. Gli ecosistemi della Terra sono messi sempre più sotto pressione dalle attività sconsiderate dell’uomo di cui deforestazione e monocolture di palma da olio ne sono alcuni esempi. Proprio tali attività sono alla base di massicci incendi boschivi, prosciugamento di fiumi, erosione del suolo, perdita di acque sotterranee, inquinamento dei corsi d’acqua e distruzione di habitat naturali rari e fanno anche sì che gli ecosistemi smettano di fornire i servizi ecosistemici essenziali, con conseguenze significative sul clima globale. Inoltre, il drenaggio delle torbiere e la perdita di torba ha come conseguenza l’abbassamento costante del suolo, in quanto la base delle torbiere si trova allo stesso livello o al di sotto del livello del mare. Nel tempo, questi fattori determinano un aumento della portata e della durata degli allagamenti e, infine, una totale perdita di produttività. Ma non è tutto: tra le perdite che la conversione delle torbiere in piantagioni di palma da olio causa, c’è la scomparsa del servizio ecosistemico della ritenzione idrica. Infine, bisogna ricordare i molteplici problemi sociali legati all’espansione delle piantagioni di palma da olio, con molti conflitti fondiari fra le comunità locali e indigene e i titolari delle concessioni di palma da olio.

Come già la proposta di risoluzione evidenziava, data la complessità della questione legata all’olio di palma ma anche a tutte le altre produzioni che rispondono ad un modello massificato non più sostenibile, in futuro sarà necessario operare sulla base di una responsabilità collettiva e condivisa tra l’UE, gli Stati membri, le organizzazioni internazionali, i governi dei paesi produttori, le popolazioni indigene, le imprese nazionali e multinazionali coinvolte nella produzione, nella distribuzione e nella trasformazione, le associazioni dei consumatori e le organizzazioni non governative.

Rispetto delle convenzioni internazionali sulla conservazione della biodiversità, rispetto dei diritti fondamentali delle comunità autoctone, mappature satellitari e monitoraggio delle concessioni, strumenti vincolanti per le certificazioni di sostenibilità, sistemi di negoziazione multilaterali per la responsabilità collettiva che coinvolgano tutti gli attori, sia a monte nei paesi produttori che a valle nei mercati di consumo, aumento della consapevolezza dei consumatori sono i maggiori e unici metodi individuati per la risoluzione del problema della produzione incontrollata che aumenta sotto le spinte della crescita demografica, della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico.

Nonostante l’intento del Parlamento europeo sia certamente lodevole, la decisione attesa per il 26 gennaio scorso non ha portato all’approvazione della risoluzione, segnale forse dell’incapacità della politica di alzare un muro contro il profitto. Anche per tale ragione, come ricorda un emendamento alla proposta di risoluzione presentato da Nicola Caputo e  Doru-Claudian Frunzulică entrambi appartenenti al Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo, le azioni volontarie non sono più sufficienti, rendendosi al contrario necessarie norme vincolanti per i finanziatori e per le aziende produttrici.

La votazione della risoluzione riguardante l’Olio di palma e disboscamento delle foreste pluviali è ora attesa proprio in questi giorni.

Luisa Di Fabio

(1) http://www.greenpeace.org/international/Dirty-Bankers/.

(2) https://www.efsa.europa.eu/it/press/news/160503a. A tal proposito si sottolinea anche che il 6 gennaio 2017 il Parlamento europeo ha presentato una interrogazione alla Commissione europea con l’oggetto dei “Rischi per la salute connessi al consumo di oli vegetali, in particolare di oli di palma” che fa seguito proprio alle conclusioni dell’EFSA. I più alti livelli di glicidil esteri degli acidi grassi, che sono cancerogeni e genotossici, sono stati trovati negli oli di palma e nei grassi di palma. Secondo l’EFSA, attraverso le formule per lattanti, i bambini sono esposti a un livello fino a dieci volte superiore ai livelli accettabili. Nonostante i livelli di glicidil esteri degli acidi grassi negli oli e nei grassi di palma si siano dimezzati negli ultimi sei anni, l’olio di palma rimane il maggiore fattore di rischio per la maggior parte delle persone. Presente in snack, biscotti, grissini, cracker e decine di altri alimenti e cibi per bambini, l’olio di palma è un potenziale rischio sanitario, soprattutto per i bambini e i giovani, nonché per tutte le persone che consumano alimenti ricchi di grassi di palma acidi. Prendendo in considerazione quanto enunciato dall’EFSA, il PE ha chiesto alla Commissione di precisare, da un lato, come intende gestire i potenziali rischi per i consumatori derivanti dall’esposizione a queste sostanze negli alimenti, e, dall’altro, se intende adottare misure di regolamentazione per limitare la presenza di composti pericolosi negli oli di palma, al fine di proteggere la salute umana.

(3) Oltre alla RSPO, a livello internazionale esiste anche il Palm Oil Innovations Group (POIG) che mira a spezzare il legame tra la produzione dell’olio di palma e la deforestazione, l’accaparramento delle terre e la negazione dei diritti di lavoratori e comunità locali. È uno strumento per rafforzare e rendere più ambiziosi gli standard della RSPO e si concentra su tre tematiche: 1. Responsabilità ambientale, 2. Partnership con comunità locali , 3. Integrità aziendale e di prodotto. Ne fanno parte organizzazioni come il Wwf, Rainforest Action Network, ma anche grandi marchi come Ferrero, Danone, Stephenson&Boulder, così come il gigante dell’olio di palma indonesiano Musim Mas Group. Il POIG non è un sistema di certificazione, ma fa si che l’impegno contro la deforestazione preso da un’azienda venga formalizzato da un accordo e possa essere verificato da enti terzi.

(4) Direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 ottobre 2014, recante modifica alla direttiva 2013/34/UE per quanto riguarda la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni.

(5) V. http://www.un-redd.org/. Il meccanismo REDD+ è stato formalmente incluso nel testo dalla Conferenza sui Cambiamenti Climatici di Cancun nel 2010. Tuttavia, nell’accordo di Parigi tale meccanismo è stato solamente descritto ma il termine REDD+ non viene espressamente citato.

(6) Redditi equi per gli agricoltori; un migliore funzionamento della filiera alimentare in Europa; l’agricoltura come settore strategico per la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare; agricoltura e commercio internazionale; deficit proteico nell’UE; catena di approvvigionamento dei fattori di produzione agricola, struttura e implicazioni.

(7) V. Reg. (UE) 1307/2013.

(8) Forest Trends: Consumer Goods and Deforestation: An Analysis of the Extent and Nature of Illegality in Forest Conversion for Agriculture and Timber Plantations

(9) Corte dei conti europea, Il sistema dell’UE per la certificazione dei biocarburanti sostenibili, Relazione speciale n. 18/2016 (discarico 2015),

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