L’UE crea un piano operativo per rilanciare la crescita e l’occupazione (02.12.2014)

L’annuncio della Commissione di voler creare un fondo per rilanciare la crescita è stato accolto positivamente dai governi degli Stati membri. Nei mesi scorsi si parlava di un imponente piano di investimenti da effettuare in alcune macro-regioni chiave dell’eurozona.

Il 26 Novembre Junker ha annunciato il piano ufficialmente. La Commissione con la comunicazione COM(2014) 903 ha illustrato come funzionerà il fondo, le cifre, le aree interessate e i vantaggi per lo sviluppo e la crescita: la Commissione non guarda solo alla finanza ed ai mercati dunque, ma vuole dare attenzione a settori strategici come scuola, trasporti efficienti e sostenibili ed energia pulita. Junker ha sottolineato come il piano sia diretto “ai cittadini ed alle imprese, non alle banche e alla finanza” e quindi ad una nuova politica più attenta alle parti sociali e alla c.d. “economia reale”.

Il piano si articola in 3 filoni principali: un fondo denominato FEIS (Fondo Europeo per gli investimenti strategici) di 315 miliardi di euro; la creazione di una serie di progetti per incanalare i fondi dove necessario; infine una serie di iniziative per attirare investimenti in Europa.

Per quanto riguarda il primo punto, il piano europeo per investimenti da 315 miliardi di euro potrà diventare operativo da giugno e i contributi volontari dei singoli Stati membri saranno scorporati dal calcolo del deficit. In realtà i fondi “certi” messi a disposizione dalla Commissione ammontano a 21 miliardi. Secondo le stime dei tecnici, l’utilizzo di questi fondi creerebbe un indotto tale da moltiplicare i 21 miliardi fino a 15 volte, grazie all’indotto economico generato dagli investimenti principali. 

Di questi 21 miliardi 16 saranno stanziati dall’Ue e 5 dalla Bei (Banca europea degli investimenti). Dei 16 miliardi messi a disposizione da Bruxelles, però, la metà proverrà da risorse già presenti nel bilancio comunitario: 2,7 miliardi dal programma europeo per l’innovazione Horizon 2020,  2,2 miliardi dai “margini di bilancio” (cioè  quanto non ancora messo in bilancio per il prossimo triennio) e infine 3,3 miliardi dal Cef, il progetto comunitario sui trasporti. Per arrivare a 16, l’Unione si impegna a stanziarne ulteriori otto.  La Bei potrà usare a questo punto i 21 miliardi per raccogliere 60 miliardi cash attraverso l’emissioni di obbligazioni e arrivare tramite il moltiplicatore teorizzato dai tecnici della Commissione ad almeno 300 miliardi.

Per quanto riguarda il secondo filone, l’Unione si impegna ad individuare i progetti più ambiziosi per migliorare infrastrutture e favorire la crescita ed a garantirli, incentivando in tal modo l’investimento privato. Il fondamento logico del Feis è di intercettare “i progetti più rischiosi e soffermarsi su attività che sono di maggiore interesse strategico”. Bei e Ue si assumono la parte “di rischio complessa”, vale a dire si fanno carico  della “garanzia sotto forma di debito subordinato”, inducendo i privati a partecipare alla parte meno rischiosa dell’investimento. In più la Bei fornirà assistenza tecnica agli investitori, garantendo minori costi.

Infine, per quanto riguarda il terzo filone, l’Unione ha stilato una tabella di marcia per semplificare la legislazione di settore e le normative in tema di investimenti. In questo modo si vuole facilitare la possibilità di investire e di lavorare delle imprese, attraendo nuovi capitali privati nell’Eurozona. La volontà è quella di attrarre industrie operanti al di fuori dell’eurozona, per attirare investimenti che negli ultimi anni sono stati fatti in paesi con legislazioni più semplici e meno farraginose, rispetto alle rigide regole, spesso anacronistiche, presenti negli Stati membri.

Tutte le misure pertinenti devono essere adottate in modo tale che il nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici possa essere istituito entro la metà del 2015. Entro la metà del 2016 la Commissione europea e i capi di Stato e di governo faranno il punto sui progressi compiuti e, se necessario, valuteranno ulteriori opzioni di intervento.

In molti hanno manifestato perplessità su questa manovra. Il Ministro Padoan ha espresso un plauso alla volontà della Commissione di utilizzare fondi in favore dell’economia reale, ma allo stesso tempo ha evidenziato perplessità sulla portata della manovra. Secondo i calcoli effettuati da commentatori specializzati, infatti, la portata della riforma avrà un impatto minimo. L’unica cifra certa ammonta a 60 miliardi, per arrivare a 300 ci si basa su una stima economica che non è sempre attendibile. Inoltre anche se si raggiungessere i 300 miliardi, questi avrebbero un impatto minimo sulle economie dei 28 membri. Junker ha inoltre dichiarato che, grazie a questo intervento, si creeranno più di un milione di posti di lavoro. Anche qui, il vantaggio pro-capite per i 28 sarebbe quasi irrilevante.

L’Italia, secondo la Commissione, beneficerà del piano di investimenti per affrontare quella che definisce essere la sua “sfida più difficile”: la ripresa degli investimenti produttivi. La recessione, spiegano da Bruxelles, ha ostacolato la capacità di investimento delle imprese del Belpaese, per cui il piano Juncker  mira ad attrarre investimenti diretti stranieri, oltre che a consentire lo sviluppo di un mercato più aperto e di un sistema fiscale “adatto alla crescita”.

Concludendo siamo in presenza di una “riforma a metà”: ottimi i propositi e l’attenzione verso la crescita, poca concretezza nell’attuazione a causa dell’insufficienza dei fondi. Lo stesso Financial Times ha bocciato le pretese della Commissione, pur valutando positivamente le idee alla base della manovra, ricordando che un’investimento di 300 miliardi (stimato), rappresenta solamente uno 0.8 % del PIL dell’eurozona. Troppo poco per risolvere i gravi problemi legati alla mancata crescita dell’eurozona.

Sabatino Valerio.

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