L’Iran e il dossier nucleare (27.03.2015)

Approfondimento 

Cenni storici
Sotto l’aspetto storico, l’inaugurazione del dossier nucleare relativo all’Iran si può far risalire agli anni Cinquanta. In questo periodo, attraverso il Programma “Atoms for Peace” – lanciato ufficialmente dal presidente Dweight D. Eisenhower l’8 dicembre 1953 dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – gli Stati Uniti offrirono assistenza al regime dello scià Rehza Pahlevi per sviluppare un programma nucleare a fini pacifici. Secondo quanto stabilito dall’“Iran-United States Agreement for Cooperation concerning Civil Uses of Atomic Energy of 1957”, Washington iniziò ad offrire assistenza tecnica e l’esportazione di diversi chilogrammi di uranio arricchito. Tale cooperazione portò, nel 1967, all’istituzione del  Tehran Nuclear Research Center (TNRC), presso l’Università della capitale, con un reattore per la ricerca nucleare di 5 mega-watt, fornito dalla compagnia statunitense GA Technologies. Nel febbraio 1970, la Repubblica Islamica ratificò il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), sottoscritto il 1 luglio 1968 da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione Sovietica, con la conseguente sottoscrizione, nel dicembre 1973, degli accordi di salvaguardia con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), collegati al TNP. Nel 1974 l’allora scià Reza Pahlavi autorizzò dunque la costituzione dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran (OEAI) con l’avvio della costruzione di una centrale a Bushehr, nella parte settentrionale del Golfo persico. Nel corso degli anni Settanta la rete di cooperazione in ambito nucleare del paese si realizza su più versanti. Sempre nel 1974, la visita in Iran dell’allora primo ministro indiano Indira Gandhi certificò l’avvio della sinergia tra i due governi ed in particolare quella specifica tra le rispettive organizzazioni per l’energia atomica nazionali. Una sinergia che l’anno seguente porterà Iran ed India alla conclusione di un Trattato di cooperazione nucleare. A partire dal 1975, nel frattempo, il MIT (Massachussets Institute of Technology) diventa responsabile del “training” dei primi quadri di ingegneri nucleari iraniani. L’anno successivo, il Paese ricevette dal Sud Africa settecento milioni di dollari di “yellowcake” in cambio del sostegno iraniano nel finanziare un impianto di arricchimento sudafricano.
Il 1979 – anno della Rivoluzione khomeinista, crocevia della storia del Paese e delle sue relazioni con l’Occidente – produce inevitabilmente delle ripercussioni sul programma in agenda, che subisce una brusca frenata, travolto dai cambiamenti politici interni. Gli Stati Uniti interruppero la fornitura di materiale fissile arricchito a Teheran e nel 1984 l’Iran comparve nella lista statunitense dei Paesi sponsor del terrorismo internazionale. Dopo più di un decennio di sostanziale stallo in tale ambito, nel 1991, Teheran siglò un accordo bilaterale con la Repubblica Popolare Cinese per la cooperazione in ambito nucleare. Da sottolineare come esso dava seguito ad un binario di dialogo i cui contatti furono allacciati nel corso degli anni Ottanta nel corso dei quali, ad esempio nel dicembre 1984, proprio con l’assistenza di Pechino venne istituito un centro di ricerca nucleare ad Isfahan. Quindi,   il 25 agosto 1992, attraverso la firma di un accordo bilaterale con l’ormai ex Unione Sovietica, l’Iran riprende definitivamente le fila del capitolo nucleare trovando in Mosca un interlocutore sensibile ed una preziosa via d’uscita dall’isolamento economico. Ciò proprio mentre nello stesso anno la Casa Bianca varò l’“Iran-Iraq Arms Non Proliferation Act”, che definiva i termini della propria opposizione e le relative sanzioni al trasferimento di beni o tecnologie in grado di incrementare la capacità della Repubblica Islamica di dotarsi di armi convenzionali avanzate, nucleari, biologiche e chimiche. Nel 1996, il Congresso USA approvò l’“Iran and Lybia Sanctions Act”, che stabilì le sanzioni economiche nei confronti di quegli operatori economici che avessero investito nei due paesi destinatari del provvedimento più di quaranta milioni di dollari nel settore energetico. L’anno seguente gli Accordi di Salvaguardia vengono rafforzati dall’AIEA ed integrati attraverso l’adozione di un Protocollo Addizionale, in base al quale l’Agenzia può condurre ispezioni con  ridotto margine di preavviso. L’Iran ha firmato il Protocollo nel 2003 ma, ad oggi, non lo ha ancora ratificato. Nel frattempo, mentre l’amministrazione Clinton varava un pacchetto di nuove misure sanzionatorie verso la Repubblica Islamica, con la firma del Non Proliferation Act, l’allora presidente iraniano Seyyed Mohammad Khatami rafforzava la cooperazione con la Russia di Putin. Nel marzo 2001, infatti, i due Paesi sono protagonisti di una serie di accordi in materia di cooperazione nucleare e militare. Gli eventi dell’11 settembre 2001, nell’ambito delle conseguenze epocali sulla politica estera occidentale, radicalizzò inevitabilmente lo scontro. “L’Iran persegue in modo aggressivo queste armi (di distruzione di massa nda) ed esporta terrore, mentre pochi non eletti reprimono la speranza e la libertà del popolo iraniano”. Il 29 gennaio 2002, nell’ambito del consueto discorso sullo Stato dell’Unione, l’allora presidente statunitense George W. Bush ricomprese l’Iran, insieme ad Iraq e Corea del Sud, nel cosiddetto “asse del male”, concetto-chiave della politica estera di Washington targata Bush e dell’apparato “neo-cons”, sorto dalle ceneri del World Trade Center e del Pentagono.

Tappe e nodi principali del negoziato
Il 15 novembre 2004 l’Iran firmava con il Regno Unito, la Germania e la Francia (E3) i cosiddetti Accordi di Parigi. In base alle intese raggiunte, l’Iran, riconosciuti i suoi diritti in base al TNP, si impegna a non cercare l’acquisizione  di armamenti nucleari e a garantire una piena cooperazione e trasparenza con l’AIEA. Inoltre, Teheran accetta di proseguire l’applicazione del protocollo addizionale al TNP, in attesa della ratifica (la firma era già avvenuta il 18 dicembre 2003) e a sospendere, su base volontaria, l’attività di arricchimento dell’uranio. Sebbene l’intesa parigina contribuisca alla creazione di quella “confidence-building”, premessa essenziale di una soluzione definitiva della controversia, dall’altra parte dell’oceano, all’inizio del 2005, per l’amministrazione Bush l’opzione militare nei confronti dell’Iran resta una strada percorribile laddove “il governo iraniano continua ad ostacolare la comunità internazionale in merito all’esistenza di un programma di armi nucleari”. Il clima è reso in questa fase ancora più teso dall’accesso solo parziale ottenuto dagli ispettori dell’AIEA alla base militare di Perchin, vicino Teheran. La concessione del totale accesso costituiva peraltro un atto non dovuto dal governo iraniano, stando ai dettami del TNP, trattandosi nel caso in specie di una base militare. Il 3 agosto 2005 Mahmud Ahmadinejad si insedia alla presidenza dell’Iran. L’elezione dell’ex sindaco di Teheran, ottenuta con più del 60% dei consensi, contribuisce ad aprire una stagione di scontro frontale tra le parti e di tensione internazionale sulla questione dell’atomo. Tra la fine del 2005 ed il 2006 il divario si acuisce. Il 5 febbraio 2006 l’Iran decide la sospensione dell’applicazione volontaria delle clausole del protocollo addizionale, contravvenendo alle intese parigine. Nel novembre del 2005, intanto, gli Stati Uniti, attraverso un emendamento all’Iran Non-Proliferation Act del 2000, subordinavano la cooperazione in campo spaziale con la Russia alla rinuncia all’assistenza all’Iran nel campo della tecnologia nucleare. Nel 2006 l’AIEA chiama in causa il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il quale adotta nello stesso anno due risoluzioni – la 1696 e 1737 – che rispettivamente invitavano l’Iran a fermare l’arricchimento dell’uranio entro un mese ed imponevano, in virtù dell’inosservanza della prima, sanzioni economiche, tra cui il congelamento di beni ad individui e compagnie collegate al programma nucleare.
Il 1 ottobre del 2009 l’Iran e i P5+1 (i cinque membri del Consiglio di Sicurezza più la Germania) si riuniscono a Ginevra, dopo uno stallo politico durato ben quattordici mesi. Sul tavolo c’è la proposta statunitense di un “fuel swap agreement”, che comprendeva tra l’altro il trasferimento di una quota di riserve iraniane di uranio “low-enriched” all’estero, per un’opera di arricchimento a livelli più elevati che sarebbe spettata alla Russia e che, passando per la Francia, sarebbe dovuta tornare in territorio iraniano. Nonostante un consenso di massima tra le parti, l’accordo salta sui meccanismi concreti di realizzazione. Nel 2010, nel mese di maggio, Turchia e Brasile tentano di ricomporre le trame diplomatiche, tra l’altro ulteriormente deteriorate dall’adozione di una risoluzione dell’AIEA che invitava l’Iran ad interrompere la costruzione di una struttura per l’arricchimento a Qom. Anche tali sforzi diplomatici alternativi, che si basavano sostanzialmente sulla struttura del “fuel swap agreement” naufragata l’anno precedente, si concludono con un nulla di fatto. Nel giugno 2010 il Consiglio di Sicurezza (risoluzione 1929, 9 giugno) impone un quarto round di sanzioni all’Iran, con gli Stati Uniti, seguiti poco dopo dall’Unione Europea, che nel frattempo fanno passare il “Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act”, che intensifica la qualità di sanzioni nei confronti delle compagnie estere che investono nel settore energetico iraniano. Il tutto mentre a Bushehr viene inaugurato il 27 agosto il primo reattore dell’omonima centrale, con l’assistenza di Mosca. Dopo l’invito dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’UE, Catherine Ashton, ad una ripresa costruttiva dei colloqui, questi si susseguono a Istanbul, Baghdad e Mosca. Nel maggio 2013, tuttavia, i negoziati arrivano ad un punto morto. Complici anche i cambiamenti politici interni, con l’elezione di Hassan Rouhani alla presidenza, sostenitore di una politica estera più moderata e più incline al dialogo rispetto al suo predecessore, nonchè già capo negoziatore sul dossier nucleare tra il 2003 ed il 2005, il 24 novembre a Ginevra i negoziati sfociano nella firma di un “interim agreement”, il Joint Plan of Action. Nell’ottica di concludere un accordo definitivo di lungo periodo, il Piano prevede il sostanziale congelamento per sei mesi dell’arricchimento dell’uranio oltre il 5%, l’interruzione della ricerca e lo sviluppo funzionale all’arricchimento e la concessione dell’accesso degli ispettori dell’AIEA  agli impianti di Natanz e Fordow, ed al reattore di Arak. Ciò in cambio di un parziale ammorbidimento delle sanzioni comminate dalle potenze occidentali alla Repubblica islamica, per un totale di 4,2 miliardi di dollari.  L’accordo è entrato in vigore il 20 gennaio 2014.

Situazione attuale e prospettive
Mentre sono in corso i negoziati, l’obiettivo resta quello di raggiungere un accordo definitivo e duraturo. Un’intesa che da un lato elimini le sanzioni a Teheran e dall’altro determini una limitazione del programma nucleare sulla sua capacità di arricchimento che, dopo i progressi degli ultimi mesi, costituirebbe una normalizzazione dei rapporti tra l’Iran e l’Occidente, in un frangente particolarmente critico del panorama geopolitico regionale. Un momento, inoltre, in cui questioni variegate, quali la crisi ucraina, potrebbero avere delle ripercussioni sul negoziato stesso, in termini di unità negoziale dei P5+1. Il punto più controverso, nonostante su elementi quali la garanzia di un maggior accesso degli ispettori dell’AIEA si siano registrati passi in avanti, resta la definizione dei parametri entro cui il programma di arricchimento iraniano possa avere un suo autonomo sviluppo. Il Joint Plan of Action di Ginevra inseriva il programma nucleare iraniano all’interno della cornice dei “practical needs”. La partita diplomatica dei futuri round negoziali si giocherà proprio attorno all’interpretazione, al contenuto e la portata di tali “necessità pratiche”. Una questione che coinvolge necessariamente fattori politici interni, interessi nazionali e sicurezza globale. I P5+1 e la Repubblica Islamica al fine di raggiungere entro il novembre prossimo, come nelle intenzioni della diplomazia, un “comprehensive settlement” dovranno giungere ad un compromesso in grado di soddisfare le necessità di Teheran di perseguire un programma nucleare civile a garanzia dell’indipendenza del paese dal mercato internazionale ed alleviare ulteriormente il regime di sanzioni occidentali che colpisce l’economia iraniana ed in particolare il settore energetico. Parallelamente di permettere ai P5+1 di porre dei vincoli alle capacità iraniane di dotarsi di armamenti nucleari, rafforzando gli strumenti di verifica, controllo e monitoraggio. Proprio nell’ambito dell’ultimo round di negoziati, il tavolo diplomatico potrebbe essere arricchito dai cambiamenti in corso nella regione, costituiti in particolare dall’ascesa dello Stato Islamico, che potrebbero causare un nuovo approccio americano ed europeo verso l’Iran, con il quale il dialogo potrebbe essere esteso ad altre sfere proprio in virtù di tali mutamenti.

Diego Del Priore

Per saperne di più:
Joint Plan of Action, Ginevra
AIEA ed Iran

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