“L’inizio di un nuovo processo”: il vertice di Bratislava e le prospettive dell’UE post Brexit (23.09.2016)

Il 16 settembre i primi ministri dell’Unione Europea si sono riuniti a Bratislava.

Il vertice informale della capitale slovacca ha rappresentato il primo consesso “plenario” dopo il referendum inglese che lo scorso 23 giugno ha certificato la volontà dei cittadini d’oltremanica di lasciare l’UE. In attesa dei negoziati per gestire i vari capitoli della Brexit e riconfigurare le relazioni tra Regno Unito e Bruxelles su basi evidentemente differenti, i leader dei ventisette paesi si sono voluti ritrovare per ribadire con decisione il valore di un percorso di integrazione comune che prosegue con difficoltà manifeste. Il summit ha avuto lo scopo di ritessere le fila di un processo di rafforzamento dell’UE e, come alcuni analisti hanno sottolineato, di fornire un’immagine di unità all’opinione pubblica continentale, dopo quel “sad moment”, come nell’espressione usata dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, rappresentato proprio dal “leave” britannico.

In quanto a temi e contenuti affrontati, il vertice è stato piuttosto interlocutorio. I capitoli più sensibili inseriti nella roadmap, risultato dell’incontro, hanno riguardato tematiche come politica migratoria, sicurezza interna ed esterna e politiche economiche e sociali. Sul primo punto si è rinviata al Consiglio europeo del prossimo dicembre la valutazione di “migration compacts” con paesi terzi per il contenimento di flussi di migranti illegali e per aumentare i ritorni. Altro punto messo in evidenza è il supporto ai paesi dei Balcani Occidentali e gli sforzi in particolare sulla frontiera bulgara con la Turchia. Proprio nei giorni in cui la questione migranti riceve una rinnovata attenzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’UE a 27 si prefigge quale obiettivo di lungo termine quello di adottare una politica condivisa dagli Stati membri, fondata sui principi di responsabilità e solidarietà. Altro tema caldo, evidentemente, quello della sicurezza interna e delle frontiere esterne. A Bratislava si è fatto riferimento a ricette già presenti nell’agenda europea, quali lo sviluppo di un maggiore scambio di informazioni tra i servizi di sicurezza nazionali, la costituzione di un Travel Information and Authorization System (ETIAS), la lotta alla radicalizzazione e la prevenzione di azioni terroristiche in territorio europeo. Ancora, in relazione alla frontiera esterna, si è manifestato l’obiettivo di raggiungere un pieno controllo del suo perimetro e di rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri in questo ambito. Inevitabile il riferimento alla dimensione economica e sociale dell’UE. In tal senso, il meeting informale di Bratislava ha enunciato una serie di punti che saranno oggetto di discussione e di valutazione nei prossimi vertici ufficiali. A partire dalla lotta alla disoccupazione giovanile, dalla possibilità di estendere la portata dell’European Fund for Strategic Investment (EFSI), alla rivalutazione delle varie strategie del mercato unico, quali l’Unione energetica, l’Unione dei mercati di capitali ed il mercato unico digitale. Nel documento finale, il vertice di Bratislava è stato definito “l’inizio di un processo”, funzionale a tastare il polso dell’Europa dopo il referendum inglese di giugno. Tralasciando in questa sede i fatti e le notizie a uso politico squisitamente interno – come la decisione del primo ministro italiano Matteo Renzi di disertare la conferenza stampa congiunta con Hollande e la Merkel in segno di critica contro le politiche europee considerate insufficienti in tema di migrazioni e politiche economiche – va detto che il nucleo ed i dettagli delle discussioni sono state rimandate alla convocazione di appuntamenti più formali, in un anno, quello che inizierà tra qualche mese, che vedrà la celebrazione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma. Il vertice che si svolgerà in quell’occasione servirà, come sottolineato dal documento, a concludere il processo partito a Bratislava, al fine di sviluppare una politica europea comune nei temi appena sfiorati nella capitale slovacca.
Pochi giorni prima il meeting informale, precisamente il 14 settembre, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha tenuto dinanzi al Parlamento di Strasburgo, il consueto discorso sullo Stato dell’Unione. Nell’ambito del suo intervento, Juncker ha messo in evidenza un senso di urgenza che caratterizza la politica europea in questa fase, ed ha parlato del carattere decisivo dei prossimi dodici mesi, «se vogliamo riunire la nostra Unione». La più alta carica di palazzo Berlaymont si è soffermata in particolare su alcuni ambiti che saranno oggetto delle iniziative più rilevanti nel prossimo futuro. In primo luogo, la necessità di investire in maniera più incisiva in occupazione e crescita. A tale scopo, si è annunciata la volontà, ripresa poi a Bratislava, di raddoppiare sia in termini di durata che di capacità finanziaria, l’EFSI. Altro tema toccato è stato quello della connettività, rispetto al quale e stato rimarcato l’obiettivo di coprire con una connessione internet tutto il territorio europeo entro il 2020. E’ stato citato anche uno dei pilastri del mercato unico, ancora in fase di costruzione: l’Unione dei mercati di capitali. Su tale punto, Juncker ha espresso la necessità di imprimere un’accelerazione per ampliare e diversificare le opportunità di finanziamento nell’economia europea. Rispetto alle politiche migratorie il presidente della Commissione è sceso più nel dettaglio, annunciando un Investment Plan for Africa in grado di creare un flusso di investimenti di almeno 44 miliardi di euro nel continente africano. In tema di difesa, l’obiettivo annunciato è quello di istituire un European Defence Fund, destinato alla ricerca e all’innovazione in campo militare, mentre per quanto attiene alla sicurezza delle frontiere, è stata confermato il ruolo centrale della neonata European Board and Coast Guard ed il sostegno per il controllo della frontiera bulgara, proprio attraverso il dispiegamento, nelle intenzioni previsto entro ottobre, del nuovo corpo europeo. Intanto, a dare il segno delle difficoltà che si profilano, il prossimo 2 ottobre in Ungheria si terrà un referendum dove gli ungheresi saranno chiamati a pronunciarsi sull’accettazione o meno del piano di ricollocazione secondo quote dei migranti provenienti da Italia e Grecia stabilito dall’UE ed in base al quale in territorio ungherese saranno destinati 1.294 richiedenti asilo. Un altro test cruciale per l’Unione a 27.

 

Diego Del Priore

 

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