L’esito e le speranze dell’accordo raggiunto a Parigi durante la XXI Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico (17.01.2016)

Con la Conferenza di Parigi sul cambiamento climatico, tenutasi tra il 30 novembre e l’11 di dicembre 2015, la comunità internazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite, ha raggiunto l’atteso accordo con valore vincolante sul piano giuridico. L’obiettivo raggiunto rappresenta il chiaro segnale di apertura ad uno sviluppo globale consapevole, sul piano internazionale, per raggiungere una concreta limitazione delle emissioni di gas inquinanti e la volontà di rispettare gli obiettivi fissati negli anni futuri. La Presidenza francese, inoltre, a sostegno dell’accordo raggiunto ha riunito, con una dichiarazione collettiva sottoscritta (l’Appel de Paris), la partecipazione di oltre 400 aziende, 150 città e regioni e numerosi investitori in un’iniziativa inclusiva rivolta a limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°Celsius. L’iniziativa della Presidenza francese si colloca nel contesto del programma d’azione Lima-Parigi, inteso a riunire l’azione di tutti gli stakeholder, con una partecipazione senza precedenti per accelerare, così, la cooperazione tra i Paesi e il raggiungimento degli obiettivi prefissati per il clima, ancor prima che l’accordo raggiunto entri in vigore nel 2020.

Nel dettaglio, l’accordo raggiunto rappresenta il primo grande esempio di intesa multilaterale del nuovo secolo per la tutela ambientale, con un piano d’azione globale per la difesa del clima al fine di poter bilanciare la quantità di gas emessa con quella assorbita entro l’anno 2100. Infatti, se con il protocollo di Kyoto la partecipazione della comunità internazionale fu limitata e nel 2009 ci fu il fallimento dell’intesa in seno alla Conferenza di Copenaghen, con l’accordo di Parigi, l’Unione Europea è riuscita a convogliare gli interessi dei Paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo in un’unica coalizione ed una volontà comune di intervenire realmente a tutela delle generazioni future, con maggior attenzione agli obiettivi di lungo periodo. L’ambizioso accordo verte non solo sul mantenimento della temperatura media del pianeta al di sotto dei due 2°C, ma soprattutto nel limitare la soglia ad 1,5°C (art. 2 dell’accordo) ed il contributo dei Piani nazionali, presentati da 185 Paesi, sono stati già il segnale  positivo finora espresso.

L’accordo di Parigi è un documento di 32 pagine, in cui si distingue la prima parte inerente ai principi sostanziali e ai provvedimenti duraturi, mentre la seconda parte contiene i dettagli tecnici e le azioni per il clima in 29 articoli, su cui gli Stati convergono. Si tratta di un momento storico per il multilateralismo. Infatti, con l’intesa formale della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, emergono impegni maggiori e solidarietà tra i 195 Paesi partecipanti, per ridurre concretamente le emissioni di gas inquinanti. Nel dettaglio, l’esito della COP 21 e, dunque, l’accordo raggiunto, abbraccia molte aree critiche, in precedenza glissate: la riduzione delle emissioni inquinanti in tempi più veloci (art. 4), un sistema di maggior trasparenza, a livello globale, che coinvolga sia gli Stati attraverso un pubblico accesso all’informazione (art. 12 e 13), un rafforzamento delle capacità dei Paesi di affrontare i mutamenti climatici e recuperare le perdite e i danni prodotti (art. 7 e 8), infine, il dovuto supporto finanziario per le ambizioni prefissate (art. 9). Se traspare da un lato l’impegno concreto a lungo termine, dall’altro la comunità internazionale è cosciente dell’importanza di intervenire il più presto possibile per realizzare il programma comune. I Paesi, infatti, hanno concordato la revisione degli obiettivi per ogni lustro, adattando in tal modo i risultati e gli obiettivi secondo le esigenze reali e monitorando con maggior attenzione i progressi (art. 14).

L’Unione Europea e gli altri Paesi sviluppati sosterranno i Paesi in via di sviluppo nel compito di rafforzare l’azione per il clima con una cooperazione internazionale, atta per l’adattamento, e con un supporto di 100 miliardi di dollari, ogni anno, fino al 2025. Con l’articolo 8 dell’accordo, inoltre, viene messo in risalto il problema delle perdite e dei danni derivanti dalle conseguenze del cambiamento climatico, riconoscendo la necessità di intervenire nelle aree più coinvolte dalle ripercussioni ambientali e perciò maggiormente sottoposte alle emergenze e al rischio, rafforzando così il meccanismo internazionale di Varsavia. Ogni supporto finanziario sarà valutato sulla base delle comunicazioni di adattamento che gli Stati invieranno con le indicazioni delle loro priorità e dei loro progetti. Secondo quanto stabilito nell’articolo 14 dell’accordo, lo “stocktake globale” – ovvero la revisione degli obiettivi – partirà dal 2023 per valutare le eventuali implementazioni e i risultati quinquennali, con la supervisione di un comitato di esperti per la verifica delle conformità dei Paesi partecipanti.

Emergono, inoltre, differenze rispetto al noto protocollo di Kyoto. Infatti, viene adottato un meccanismo di contabilità molto più trasparente nella gestione dei finanziamenti e la cooperazione in campo tecnologico sarà un elemento rilevante per la crescita delle capacità dei Paesi in via di sviluppo nel perseguire gli obiettivi di sostenibilità. In tale prospettiva il Green Climate Fund, finanziato dai Paesi industrializzati, rappresenta la chiave di volta per disincentivare l’utilizzo delle fonti fossili e supportare contemporaneamente uno sviluppo sostenibile. Ulteriori organismi multilaterali e regionali sono intenti ad accrescere i loro contributi per i prossimi cinque anni: la Banca Africana per lo Sviluppo (5 miliardi di dollari), la Banca Asiatica per lo Sviluppo (6 miliardi di dollari), la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (20 miliardi di dollari), la Banca Europea per gli Investimenti (100 miliardi di dollari), la Banca Interamericana per lo Sviluppo (con un aumento del 30% degli stanziamenti annuali) e il Gruppo della Banca Mondiale (30 miliardi di dollari circa).

L’accordo di Parigi rappresenta un documento di grande valore sociale e politico, non solo formale, infatti, è storicamente il più importante, finora raggiunto, per la tutela ambientale e per il coinvolgimento degli Stati verso una climate economy efficace, aprendo nuovi scenari per l’utilizzo di fonti rinnovabili e per l’equità intergenerazionale. Se le speranze di ridurre i gas inquinanti ed evitare il cambiamento climatico, dopo la COP 21, appaiono oggi molto più concrete, è pur vero che l’accordo mostra deboli segnali sulla tassazione di energie inquinanti (carbon tax) e, pur avendo un valore giuridicamente vincolante, non presenta sanzioni verso Stati inadempienti; inoltre, la trasparenza tanto auspicata, verrà gestita sostanzialmente da ciascun singolo Paese partecipante, attraverso la comunicazione successiva di un report nazionale sulle emissioni.

Nel testo dell’accordo mancano, tuttavia, riferimenti alle emissioni inquinanti che derivano dal traffico aereo e marittimo, escludendo dalle argomentazioni, così, le problematiche del commercio internazionale e delle relative percentuali di consumi annui di fonti fossili. L’assenza di indicazioni sugli scambi commerciali e, in particolare, sul TTIP (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti), nell’accordo raggiunto in seno alla COP 21, stride con le preoccupazioni che la Commissione europea aveva espresso, il 12 marzo 2013, attraverso la pubblicazione del Report per la valutazione sul futuro delle relazioni commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti, in cui si afferma che il TTIP potrebbe causare un aumento di milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, attraverso l’effetto di scala e di composizione, ovvero le variazioni dell’attività commerciale, della produzione e del consumo nell’area transatlantica. Tra gli interessi economici dominanti e le promesse della Conferenza di Parigi sul cambiamento climatico, tuttavia, si attende ora il deposito a New York dell’accordo e la ratifica che potrà essere effettuata da ciascuno Stato dal 22/04/2016, permettendo così la sua entrata in vigore quando almeno 55 Paesi partecipanti (che rappresentano il 55% delle emissioni globali) avranno aderito.

L’attività dei cittadini e delle associazioni ambientaliste ha avuto grande eco, durante la Conferenza, attraverso manifestazioni simboliche ed una viva partecipazione di massa, nonostante il dolore degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. L’Appel de Paris della Presidenza francese conferisce un ruolo fondamentale alla società civile, affinché i Governi delle singole nazioni possano attuare le politiche necessarie per la tutela dell’ambiente, attraverso i Piani d’azione presentati (Intended Nationally Determined Contributions) ed implementando pratiche come l’economia circolare, l’efficienza energetica, l’adattamento e le scelte di disinvestire nel settore delle energie fossili, a vantaggio di quelle rinnovabili. Si auspica, dunque, che l’accordo raggiunto e i contributi volontari dei singoli Paesi non siano solo un fenomeno di marketing climatico, ma realizzino concretamente gli obiettivi prefissati e possano sensibilizzare sempre più i Governi, per accrescere l’attenzione verso il cambiamento climatico, poiché gli interventi proposti sinora risulterebbero insufficienti per limitare il riscaldamento globale ai 2°C, superando la soglia sino ai 2,7°C, secondo quanto sostenuto dalla comunità scientifica. Le speranze riposte nell’accordo raggiunto, dunque, potranno rivelarsi l’inizio della fine dei combustibili fossili solo attraverso una continua convergenza multilaterale, consapevole della sfida climatica.

Fabio D’Apollo

 

Per saperne di più:

Documento dell’accordo di Parigi sottoscritto durante la COP 21 – UNFCCC (pdf)
Report della Commissione europea per la valutazione sul futuro delle relazioni commerciali tra Unione Europea e USA (pdf)
UN Climate Change – Newsroom

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