La solitudine dei franchi tiratori (31.10.2014)

Il voto con cui il Parlamento europeo ha approvato la Commissione presieduta da Jean Claude Juncker il 22 ottobre, seguita dalla nomina formale da parte del Consiglio europeo, ha concluso il lungo procedimento di formazione dell’organo di vertice dell’amministrazione dell’Unione.

La composizione della Commissione inizialmente presentata da Juncker ha subito alcune modifiche conseguentemente allo scrutinio compiuto dalle commissioni parlamentari in occasione dell’audizione dei singoli commissari. In particolare è stata esclusa la vicepresidente slovena Bratusek giudicata inadatta al ruolo di commissario dalle commissioni congiunte ambiente e industria del Parlamento, mentre il commissario ungherese Navracsics si è visto sottrarre il portafoglio sulla cittadinanza in seguito alle riserve emerse dall’audizione in seno alla commissione cultura, probabilmente anche a causa della posizione critica del Governo ungherese nei confronti di Juncker.
Il commissario slovacco Sefcovic è stato così promosso vicepresidente, la neocommissaria slovena Bulc ha ottenuto la delega ai trasporti e il primo vicepresidente Timmermans ha visto accrescere ancor più il suo ruolo in seguito all’attribuzione della competenza sullo sviluppo sostenibile, prima appannaggio dello spagnolo Cañete contestato, e infine sostenuto, dal gruppo dei socialisti e democratici anche a condizione di questa diminuzione di competenze.
Il peso politico del Parlamento europeo si è così manifestato in tutta la sua ampiezza: sia la grande alleanza fra popolari, socialisti e liberaldemocratici sia l’accordo dei ventotto Governi nazionali in seno al Consiglio europeo doveva infatti superare il vaglio delle audizioni delle commissioni parlamentari dove anche i gruppi politici di opposizione hanno avuto la possibilità di incidere sulla composizione della Commissione.
È inoltre di fondamentale importanza ricordare che il voto di approvazione del Parlamento europeo riguarda la Commissione nel suo insieme: dopo il rimescolamento delle competenze dei commissari meno graditi l’assemblea parlamentare è di fronte a un “prendere o lasciare” che, ai sensi dell’art. 118 del Regolamento parlamentare, è a voto palese.
Dopo l’elezione del Presidente Juncker nello scorso mese di luglio si era a lungo speculato sul peso politico dei franchi tiratori ben sapendo che dopo pochi mesi ci sarebbe stata la controprova del voto palese sull’approvazione dell’intera commissione europea. Ebbene il risultato è sorprendente: il Presidente e la Commissione sono stati votati dallo stesso numero di parlamentari, 423 il primo e 422 la seconda. E ora si sa anche, alla luce del sole, chi sono gli oppositori interni alla grande coalizione e chi sono i sostenitori ad essa estranei, magari in virtù di logiche e convenienze politiche tutte nazionali.
Innanzitutto è peculiare l’incerta posizione dei conservatori britannici, il cui governo è stato contrario alla nomina di Juncker da parte del Consiglio europeo ed ha comunque (ovviamente) espresso la candidatura di un commissario: la delegazione si è frazionata in tre con nove astenuti, sette favorevoli e tre contrari. L’indicazione di voto ufficiale del gruppo politico era per l’astensione ma i danesi e i tedeschi hanno votato contro mentre i belgi hanno espresso un voto favorevole alla Commissione, così come due parlamentari verdi e un parlamentare del gruppo EFDD.
Fra i socialisti spicca invece l’astensione della delegazione spagnola e i quattro voti contrari provenienti dai parlamentari francesi a fronte del solo voto contrario di Sergio Cofferati fra gli italiani; mentre il gruppo dei popolari ha dimostrato grande lealtà nei confronti della Commissione con due voti contrari soltanto.
Da questo voto sembrano in conclusione emergere due dati di rilievo: il successo personale di Juncker e il parziale scollamento fra le posizioni dei Governi riuniti nel Consiglio europeo e le delegazioni dei partiti nazionali corrispondenti.
Juncker è stato infatti capace di catalizzare, tanto sulla sua figura quanto sull’intera Commissione, il consenso quasi unanime della grande coalizione di popolari, socialisti e liberaldemocratici in un clima di forte scetticismo. Si ricordi che la proposta di Juncker come Presidente della Commissione europea fu varata dal Consiglio europeo con il voto contrario di Regno Unito e Ungheria.
Il voto di approvazione del Parlamento europeo ha infine messo in luce la contraddittorietà di tale procedimento: i parlamentari europei del partito di governo Fidész hanno votato in blocco in favore della Commissione; mentre i conservatori britannici, come si è visto, si sono divisi al loro interno.
Questi inconvenienti derivano dal principio secondo cui ogni Stato membro esprime un commissario. La corrispondenza fra Stati membri e commissari non è però più imposta dal Trattato che, all’art. 17, comma 5, stabilisce che la Commissione europea è composta da un numero di commissari pari ai due terzi degli Stati membri, salvo un voto unanime del Consiglio europeo che modifichi tale numero.
In questo senso è intervenuta la Decisione del Consiglio europeo del 22 maggio 2013 (2013/272/UE) secondo cui il numero dei commissari è pari al numero degli Stati membri. Non si tratta però di una soluzione definitiva al numero dei commissari e l’art. 2 della stessa Decisione stabilisce che “il consiglio europeo riesamina la presente decisione tenuto conto dei suoi effetti sul funzionamento della Commissione, con congruo anticipo rispetto alla nomina” della prossima Commissione.
In sostanza, da un lato i parlamentari europei dei partiti di governo sono spinti ad essere leali con la commissione (e con il “loro” commissario), anche più di quanto non siano i loro stessi Governi; dall’altro, la corrispondenza fra il numero dei commissari e gli Stati membri sembra sbilanciare il procedimento di legittimazione politica della Commissione in favore dei Governi (e del Consiglio europeo) a discapito del ruolo del Parlamento europeo, mentre una riduzione del numero dei commissari potrebbe accentuare il processo di parlamentarizzazione della forma di governo dell’Unione europea.

Andrea Gratteri

 

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