La posizione della Commissione relativa all’agenda per lo sviluppo sostenibile post-2015 (06.07.2015)

Il 2015 è l’anno di scadenza degli otto obiettivi di sviluppo del millennio stabiliti nel 2000 da 193 paesi membri dell’ONU. Per questo motivo, è già in corso il negoziato per definire la nuova agenda sullo sviluppo sostenibile che coprirà, con nuovi obiettivi ( Sustainable Development Goals, SDG) il periodo 2015-2030. Il contesto internazionale, rispetto al 2000, è certamente mutato, con nuovi scenari di conflitto ed una crisi che continua a minare le economie di molti paesi sviluppati. Inoltre, il mancato raggiungimento degli obiettivi del millennio, da parte di molti membri, ha aperto un dibattito sul metodo di elaborazione degli obiettivi stessi, sul sistema di monitoraggio e rendicontazione, sull’effettività degli aiuti allo sviluppo siano essi veicolati attraverso la finanza pubblica nazionale che internazionale. Questi interrogativi hanno già influenzato la predisposizione dei SDG. La Conferenza di Rio+20, non a caso, ha anzitutto elaborato un documento di partenza per la definizione dei SDG e ha costituito un gruppo di lavoro incaricato di predisporli. A differenza dei precedenti otto obiettivi del millennio, la proposta del gruppo di lavoro prevede diciassette obiettivi, più specifici e dettagliati. Ad ogni modo, i temi posti al centro del negoziato in corso sono quelli della povertà, della fame nel mondo, della questione di genere, dei diritti umani, dell’accesso a beni primari quali l’acqua, l’energia, l’educazione, delle questioni economico-sociali quali il commercio, l’occupazione, lo sviluppo sostenibile del settore agricolo ed industriale. Non manca ovviamente il tema della governance globale. In particolare, si discute intorno alla necessità che le politiche di sviluppo non si contraddicano tre di esse e con le altre politiche internazionali e statali. Occorre a tale proposito rimarcare la circostanza che il dibattito si svolge in uno scenario dove i paesi occidentali, seppure continuino ad esercitare un notevole peso sui negoziati, hanno perduto l’egemonia politica precedente. La questione delle governance va letta anche sotto questo profilo: la politica di sviluppo condotta dalle istituzioni multilaterali o regionali, quali ad esempio le banche multilaterali di sviluppo, è percepita talora in modo ostile dai paesi in via di sviluppo. Altra questione che sta generando una notevole tensione tra alcuni paesi sviluppati ed i paesi in via di sviluppo è l’utilizzo del principio delle comuni ma differenziate responsabilità (Common but differentiated responsabilities, CBDR) quale architrave della nuova agenda sullo sviluppo. La Cina ed il gruppo dei 77 continuano a fare pressione affinché esso sia alla base dei nuovi SDG, mentre Stati Uniti, UE, ed altri paesi, sebbene riconoscano la sua diffusione soprattutto nel diritto internazionale dell’ambiente, si oppongono da sempre al riconoscimento dell’obbligatorietà di tale principio. Il negoziato sull’agenda post-2015 risulta quindi molto interessante perché in grado di rimarcare la distanza, su alcune questioni cruciali, tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.

La Comunicazione della Commissione sullo sviluppo sostenibile [COM(2015)44 final] è volta a definire una posizione condivisa tra gli Stati membri dell’UE in vista della terza conferenza sul finanziamento allo sviluppo, che si terrà a luglio, e, soprattutto, del vertice per l’adozione dell’agenda post-2015, che si terrà nel prossimo settembre a New York. I principi generali a cui dovrebbe conformarsi la nuova agenda sullo sviluppo sostenibile, secondo l’UE, sono la «responsabilità condivisa, la rendicontabilità reciproca e le rispettive capacità». In particolare, si afferma che «qualunque sia il loro livello di sviluppo, tutti i paesi devono partecipare e assumere la responsabilità della sua attuazione». Come si è notato sopra, questo approccio difficilmente verrà accettato dai paesi in via di sviluppo che reclamano invece l’esigenza di imporre maggiori responsabilità ai paesi più sviluppati. Altri principi guida sono la buona governance, i diritti umani, la non discriminazione e la parità di genere. Si sottolinea l’importanza della interdipendenza e della coerenza delle diverse politiche e di evitare che «si lavori a compartimenti stagni».
Delineati i principi ispiratori, la Commissione individua nove componenti fondamentali che dovrebbero incidere sull’agenda post-2015 che possono essere suddivisi, per semplificazione, in tre fondamentali categorie:
1- governance: in questa vasta categoria si possono far rientrare gli obiettivi volti, nel contesto politico internazionale e nazionale, ad elaborare, condurre e controllare le politiche di sviluppo sostenibile. Si tratta sia di costruire «un contesto politico favorevole e abilitante» per la realizzazione degli SDG (azione 1); di svluppare la capacità di attuazione dell’agenda attraverso la cooperazione internazionale, il dialogo politico etc. (azione 2); la mobilitazione del settore privato nazionale ed internazionale (azione 7) ossia favorire un contesto in cui la politica per lo sviluppo coinvolga ed integri positivamente la capacità di azione dei privati soprattutto nel settore imprenditoriale e finanziario; il monitoraggio, la rendicontabilità e la valutazione ovvero sviluppare misure e criteri di controllo e misurazione effettivi e trasparenti delle azioni e politiche condotte sullo sviluppo sostenibile (azione 9);
2- finanza per lo sviluppo nazionale ed internazionale: si tratta delle azioni 3 e 4. La questione, solo sfiorata dal documento della Commissione, è quella della efficace mobilitazione ed impiego delle risorse destinate allo sviluppo sostenibile, siano esse nazionali che internazionali. Inoltre, è degno di considerazione il fatto che, al punto 3, si individui quale concetto inerente allo sviluppo sostenibile, la conduzione di una politica di bilancio sana con un sostenibile finanziamento del debito. Sotto il profilo internazionale, la Commissione sottolinea il peso che i finanziamenti devoluti dall’UE hanno nella percentuale globale di aiuti pubblici allo sviluppo e che si continueranno a mantenere livelli elevati di impiego finanziario;
3- altre politiche considerate fondamentali: vengono menzionati in particolare la politica commerciale sostenibile (azione 5); il ruolo decisivo per lo sviluppo della scienza, della tecnologia e dell’innovazione (azione 6); l’importanza della gestione e della valorizzazione degli effetti positivi della migrazione (azione 8).
Anche il Consiglio Affari esteri si è occupato, nel maggio 2015, dell’agenda post-2015 ribadendo in particolare la centralità di essa per affrontare il fenomeno migratorio ed il miglioramento della condizione della donna.
I negoziati, già in atto, costituiscono pertanto un luogo primario di confronto su un tema ad ampio raggio quale lo sviluppo sostenibile, in grado di mettere in evidenza le principali tensioni e divergenze non solo su temi più specifici come lo sfruttamento delle risorse naturali, la lotta alla povertà o la politica sui cambiamenti climatici ma, più in generale, sull’organizzazione della governance globale, sul ruolo e l’influenza di paesi in ascesa su di essa e sul modo in cui i paesi sviluppati reagiranno a tali sfide.

Federico Di Dario

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