La politica estera europea e gli equilibri di una grande coalizione (08.09.2014)

Commento

La nomina di Federica Mogherini ad Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza da parte del Consiglio europeo del 30 agosto scorso (EUCO 146/14) è stata a lungo preannunciata e attesa nel dibattito politico italiano, dove le è stato di fatto attribuito il significato di banco di prova dell’efficacia dell’azione del Presidente del Consiglio Renzi nell’arena politica europea dopo il largo successo del Pd alle elezioni europee del 25-26 maggio.

Nella composizione della Commissione Juncker l’Italia ha dunque ottenuto ciò che aveva ambiziosamente richiesto facendo valere non solo il suo peso di Stato membro dell’Unione ma anche, e soprattutto, il peso politico del partito del Presidente del Consiglio.
La Commissione Juncker si è formata sulla base di un accordo di grande coalizione imperniato sull’asse popolari/socialisti cui partecipano, buoni terzi, anche i liberldemocratici.
Una prima negoziazione ha condotto alla nomina del popolare Juncker alla Presidenza della Commissione e del suo antagonista, il socialdemocratico Schulz, alla Presidenza del Parlamento europeo. La nomina di Mogherini attribuisce ora al gruppo socialista e democratico una nuova e importante posizione di carattere operativo in un panorama istituzionale dove i popolari hanno ottenuto gli altri ruoli di peso (Juncker alla Commisisone e ora Donald Tusk alla Presidenza del Consiglio europeo). In questo quadro è evidente che le nomine di Mogherini e Tusk sono il frutto di un unico percorso di negoziazione come testimoniano il pieno sostegno (“full endorsement”) dato loro dal Consiglio europeo e i prolungati colloqui ricordati dal Presidente uscente Van Rompuy nei suoi Remarks successivi alla nomina (EUCO 166/14).
La nomina di Mogherini può quindi essere letta come un successo del Partito democratico all’interno del gruppo dei socialisti e democratici prima ancora che sul piano istituzionale.
Nel gruppo dei socialisti e democratici al Parlamento europeo il PD è di gran lunga il partito più numeroso; inoltre, l’unico altro partito socialista nazionale di una certa importanza al governo è oggi l’indebolito partito socialista francese (oltre alla SPD alleata di Angela Merkel e già tacitata con la Presidenza del Parlamento affidata a Schulz) che sembra avere buone chance di ottenere la nomina di Pierre Moscovici a Commissario per gli affari economici. Si consideri poi che, secondo quanto riportato da Le Monde (A. Salles, Europe : les cinq raisons à la nomination de Federica Mogherini, 1° settembre 2014), la Francia non ha mai rivendicato il posto di Alto Rappresentante per evitare di creare conflitti politici interni con il suo apparato diplomatico nazionale.
L’Italia ha quindi saputo giocare bene le buone carte che aveva e ha puntato su un obbiettivo importante ma raggiungibile: e lo ha raggiunto.
Se si accoglie l’idea che l’accordo politico di grande coalizione che regge la Commissione Juncker possa, in una certa misura, essere ricondotto alle esperienze nazionali di grande coalizione non si può eludere il richiamo delle esperienze tedesche di grande coalizione: nel 1966 il Cancelliere Kiesinger ebbe come Ministro degli esteri Willy Brandt e, in anni più recenti, Angela Merkel ha avuto come ministro degli esteri Steinmeier sia nel suo primo governo (2005-2009) sia in quello attuale dal 2013. In questo genere di esperienze politiche è ricorrente, anche al di fuori della Germania, la prassi per cui il ruolo di Ministro degli esteri è utilizzato in funzione della ricerca di un buon equilibrio politico e di visibilità per il partner minoritario della coalizione (lo stesso accade frequentemente nei governi di coalizione privi dell’ampio sostegno di una grande coalizione).
In conclusione: Federica Mogherini è stata nominata sulla base di premesse prettamente politiche e il suo curriculum è, rispetto a queste, un prerequisito essenziale ma non sufficiente; il nuovo Alto rappresentante si appresta quindi a ricoprire un ruolo che potrebbe andare ben oltre i suoi compiti in materia di politica estera e di sicurezza e potrebbe portarla ad essere uno dei principali punti di riferimento politico dei socialisti europei, anche in virtù della sua funzione di vice presidente della Commissione europea secondo quanto stabilito dall’articolo 18, comma 4, TUE.

Andrea Gratteri

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