La mozione di censura che rafforza la Commissione europea (01.12.2014)

Commento

I manuali di diritto costituzionale insegnano che nelle forme di governo parlamentari la mozione di sfiducia è un’arma ad alto potenziale che deve essere maneggiata con cura dall’opposizione per evitare di ottenere il risultato contrario a quello desiderato: rinsaldare la maggioranza di governo anziché determinare le dimissioni dell’esecutivo.

Sotto questo aspetto la parlamentarizzazione del rapporto fra Commissione e Parlamento europeo è ormai piuttosto consolidata e il caso della mozione di censura promossa dal gruppo EFDD e votata il 27 novembre è, per l’appunto, un caso da manuale.

Sulla scia delle polemiche del cd. scandalo Luxleaks il gruppo EFDD ha promosso una mozione di censura alla Commissione europea grazie al sostegno di settantasei parlamentari (la mozione deve essere sottoscritta da almeno un decimo dei parlamentari europei, art. 119 del Regolamento del PE). Per avere successo, e determinare così le dimissioni dell’intera Commissione, la mozione di censura avrebbe dovuto ricevere il voto favorevole dei due terzi dei voti espressi (e comunque la maggioranza assoluta dei membri del Parlamento), in quanto la razionalizzazione del rapporto fra Parlamento e Commissione è volutamente sbilanciata in favore della stabilità della Commissione (art. 234 TUE) anche per via della norma regolamentare che – ovviamente – prevede il voto per appello nominale (art. 119, comma 5, Reg. PE). L’asticella da superare per ottenere le dimissioni della Commissione era dunque molto alta e, a poco più di un mese di distanza dal voto di approvazione della Commissione presieduta da Juncker, la presentazione di questa mozione di censura non può essere letta che come il tentativo di dimostrarne la debolezza politica da parte dei suoi più accesi oppositori.

Il tentativo però, come si insegna agli studenti del primo anno, era rischioso: ed è fallito in tutto il suo velleitarismo.

La grande coalizione di socialisti, liberaldemocratici e popolari che sostiene la Commissione Juncker si è allargata: i voti favorevoli furono 423 in ottobre, sono 461 in novembre. I gruppi politici della grande coalizione si sono rinsaldati, in particolare quello dei socialisti e democratici che ha recuperato il sostegno unanime di francesi e spagnoli; inoltre, ai voti in favore della Commissione si sono aggiunti quelli dei Verdi (Greens/EFA), prima astenuti; mentre i conservatori (Ecr) e la sinistra (Gue-Ngl) si sono per lo più astenuti (rispetto a un prevalente voto contrario in ottobre) indebolendo così le fila dell’opposizione che ha votato contro la Commissione e riducibile al gruppo EFDD e ai non iscritti della Lega Nord e del Front National. In nome dell’euroscetticismo e dell’avversione a Juncker, l’opposizione ha forse guadagnato una qualche visibilità mediatica immediata ma il suo operato politico non appare sostenuto da una adeguata visione strategica.

Andrea Gratteri

 

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