La Commissione Junker e la grande coalizione (13.09.2014)

Commento

La presentazione della lista dei commissari da parte di Jean Claude Juncker ha confermato le attese di una Commissione capace di comporre il difficile equilibrio fra le diverse anime politiche della coalizione che la sorregge, in un mosaico caratterizzato anche da numerose differenze geografiche e dalla necessità di garantire una minima rappresentanza di genere. Un terzo dei commissari sono donne, come nella precedente Commissione presieduta da Barroso, quattordici commissari provengono dal partito popolare europeo, otto dal gruppo dei socialisti e democratici, cinque dal gruppo liberaldemocratico e uno, Jonathan Hill, dall’ECR cui sono affiliati i conservatori britannici; tutti i ventotto Paesi membri sono, ovviamente, rappresentati anche se non tutti hanno lo stesso peso nel collegio presieduto da Juncker.

La principale novità sul piano istituzionale è rappresentata dall’importanza attribuita ai vicepresidenti: ve ne sono sei oltre all’Alto rappresentante e il socialista olandese Frans Timmermans è il primo vicepresidente, destinato a lavorare in stretta collaborazione con il Presidente.
Ai vicepresidenti è attribuito il ruolo di guidare e coordinare il lavoro di gruppi di commissari variabili in funzione dei temi trattati allo scopo di “superare la mentalità a ‘compartimenti stagni’ e introdurre un nuovo modo collaborativo di lavorare in settori in cui l’Europa può veramente cambiare le cose” come ha dichiarato il Presidente Juncker. In particolare i vicepresidenti avranno un vero e proprio ruolo di filtro e, in genere, il Presidente porterà all’attenzione della Commissione le sole proposte che avranno avuto il sostegno del vicepresidente incaricato di seguire quel settore di competenza.
Il carattere politico della Commissione sembra ben rispecchiarsi negli equilibri ricercati nell’assegnazione degli incarichi ai vicepresidenti: oltre ai socialisti Timmermans e Mogherini, vi sono due liberaldemocratici (l’estone Ansip e la slovena Bratusek) e tre popolari (la bulgara Georgieva, il lettone Dombrovskis e il finlandese Katainen). Sul piano geografico sembra che sia stato privilegiato un criterio di diffusione a discapito della forte visibilità garantita in passato ai Paesi membri di maggiori dimensioni mentre sul piano politico emerge ancora una volta il forte asse popolari-socialisti che regge questa grande coalizione.
La Commissione proposta da Juncker è formata nella sua quasi totalità da persone con precedenti esperienze nei Governi nazionali con cinque ex primi ministri, quattro vicepremier e diciannove ex ministri, come si sottolinea nel comunicato stampa di presentazione del 10 settembre (IP-14-984). Non si rinuncia però a insistere anche sul tema della legittimazione democratica che ha caratterizzato proprio l’ascesa di Juncker quale candidato del PPE alla Presidenza della Commissione: “Un terzo dei membri della nuova Commissione (9 su 28), compreso il presidente eletto, ha partecipato alla campagna elettorale in occasione delle ultime elezioni europee di quest’anno, dialogando con i cittadini e chiedendo il loro sostegno”.
L’argomento non sembra convincente. La legittimazione democratica della Commissione passa attraverso il Consiglio europeo e il Parlamento europeo tanto nella fase dell’individuazione del Presidente quanto in quella dei singoli commissari. Il peso dei governi all’interno del Consiglio europeo è, ancora una volta, determinante ed è illusorio guardare alla presenza di alcuni parlamentari europei all’interno della Commissione come ad un elemento di legittimazione democratica significativa. Inoltre, si tratta di un terzo dei commissari soltanto, appartenenti a gruppi politici che in campagna elettorale si sono contrastati e che hanno, ciascuno, presentato un diverso candidato alla Presidenza della Commissione. È del tutto pretestuoso reclamare ora un mandato popolare legittimante per questi commissari in contrapposizione agli altri che, oltre ad essere più numerosi, sono anche, come testimonia anche il background delle loro carriere politiche, fortemente legati ai Governi nazionali di origine.
Il legame con i governi nazionali è rimarcato dal paradosso per cui, in virtù del principio secondo cui ogni Paese membro esprime un commissario, all’interno del collegio siederanno un commissario espressione del partito conservatore britannico e del partito Fidész ungherese che, tramite i loro governi e i loro rappresentanti al Parlamento europeo, non hanno sinora sostenuto la candidatura alla Presidenza di Juncker.
Ora la Commissione proposta da Juncker sarà sottoposta al vaglio delle commissioni parlamentari per poi passare al voto di approvazione del Parlamento europeo e, infine, alla nomina da parte del Consiglio europeo. La sostanza politica del nuovo governo dell’Unione europea è definita, resta da vedere quale sarà il sostegno alla sua azione al termine di questo lungo procedimento di formazione.

Andrea Gratteri

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