La chiusura del semestre di Presidenza italiana: virtute e conoscenza e … flessibilità (17.01.2015)

1. – Il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea si è formalmente concluso con il dibattito del 13 gennaio 2015 davanti al Parlamento europeo e con il passaggio di consegne alla Presidenza della Lettonia. A margine di questa vicenda se ne è svolta nelle stesse ore un’altra – tutta italiana ma non priva di apparenti connessioni – con il semestre di Presidenza: la formalizzazione delle dimissioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Nel dibattito parlamentare sul bilancio del semestre di Presidenza italiana sono emersi tre filoni principali, innescati dal discorso di Matteo Renzi, che, in parte, aiutano anche a cogliere il senso della rotazione semestrale della Presidenza del Consiglio dell’Unione.

1.1. – La promozione dei valori alla base dell’integrazione europea. Renzi tocca a più riprese le corde emotive legate ai valori dell’identità, della cultura e dell’integrazione europea: prima del suo intervento si è celebrato il 70° anniversario della liberazione di Auschwitz e il ricordo della strage di Parigi e della manifestazione oceanica che l’ha seguita aleggia in un’aula costellata di “Je suis Charlie”. E citando il fiorentino Dante e il suo Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza il Presidente del Consiglio italiano incardina il dibattito ai valori del dialogo e delle libertà civili che caratterizzano l’anima di una società democratica. Lo stesso Presidente della Commissione Juncker ribadisce il tema dei valori che fondano l’integrazione europea e sottolinea efficacemente il carattere altamente evocativo della imminente presidenza semestrale della Lettonia, letteralmente inimmaginabile quando fu siglato il Trattato di Roma (e anche per molti decenni successivi).

È evidente, quindi, la volontà di rimarcare il carattere di fondo delle Presidenze a rotazione che, nel limitato arco temporale a disposizione, possono, prevalentemente, svolgere un ruolo simbolico, senza tuttavia rinunciare – come nel caso del semestre italiano – alla promozione dei valori ideali di chi crede nell’integrazione di un’Europa democratica.

1.2. – La crescente caratterizzazione politica delle istituzioni europee. Il ruolo simbolico della Presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea non è però meramente cerimoniale e si lega direttamente sia al carattere politico che assume il Presidente di turno sia al processo di maggior democratizzazione, e quindi politicizzazione, delle istituzioni dell’Unione.

La Presidenza italiana è coincisa con un semestre di transizione, immediatamente successivo alle elezioni per il Parlamento europeo e caratterizzato dalla nomina della nuova Commissione. Innanzitutto si ricordano le modalità di scelta del Presidente della Commissione europea, per la prima volta esplicitamente legata all’esito delle elezioni parlamentari. Sulle pagine di questo osservatorio abbiamo in passato espresso più di una riserva sulla presenza di un legame effettivo fra la vittoria elettorale del Partito popolare europeo e la nomina alla Presidenza della Commissione di Juncker; tuttavia, è innegabile il consolidamento, nell’arco di questi mesi, di una grande coalizione politicamente vincolata a sostenere la Commissione europea presieduta da Juncker; e Renzi, nel suo discorso conclusivo, riprende l’idea scaturita dal Consiglio europeo di Ypres e propone di codificare la prassi instauratasi con la nomina dell’attuale Commissione al fine di meglio razionalizzare il procedimento.

Inoltre, il ruolo politico della Presidenza è ribadito dal suo potere di intervento nel definire l’agenda politica dell’Unione europea. Ruolo che risulta tanto più incisivo quanto maggiore è la consonanza con la Commissione europea. E lo scambio di apprezzamenti fra Juncker e Renzi davanti all’assemblea di Strasburgo è un gioco delle parti che sottolinea questo aspetto: sui grandi temi la Commissione ha buon gioco nell’appoggiarsi politicamente alla Presidenza di turno.

1.3. – I risultati concreti scaturiti dall’azione dell’Unione europea nei sei mesi di Presidenza italiana. Nel giorno conclusivo del semestre italiano la Commissione ha presentato la sua proposta legislativa relativa al Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI) accompagnata dalla comunicazione relativa alla flessibilità delle regole del patto di stabilità e crescita (COM(2015)12 final provisional “Making the Best Use of the Flexibility within the Existing Rules of the Stability and Growth Pact”) ed il giudizio politico in merito è, al di là dei contenuti, ben sintetizzato nel dibattito parlamentare dal liberaldemocratico Guy Verhofstadt: la conclusione della discussione relativa alla crescita attraverso gli investimenti dell’EFSI e del rapporto fra stabilità e flessibilità era la questione principale del semestre di Presidenza italiana.

Contenuti che sono peraltro significativi e che, non casualmente, sono al centro dell’intervento del Presidente del gruppo popolare Weber, preoccupato di richiamare alla necessità di stabilire limiti alla flessibilità per non vanificare le regole che rendono affidabile l’Unione Europea; in questa sede, tuttavia, i contenuti della comunicazione della Commissione non possono che essere sintetizzati: a) incoraggiare l’effettiva realizzazione di riforme strutturali; b) promuovere gli investimenti, specificamente nel contesto dell’EFSI; c) tenere in maggior considerazione il ciclo economico nei singoli Stati membri.

Altri risultati legati all’azione dell’Unione europea sono rapidamente citati dal Presidente uscente e solo in parte rivendicati (ad esempio l’approvazione del bilancio dell’Ue): prevale un fugace riassunto dei titoli e il rinvio “al testo scritto” pubblicato come Sintesi dei risultati sul sito http://italia2014.eu.

Nell’insieme il bilancio che il Parlamento fa di questo semestre è comunque positivo se anche il conservatore Legutko (estraneo alla maggioranza che sostiene la Commissione europea) esprime, a nome del gruppo ECR, un giudizio “buonino”: resta poi da verificare se l’oggetto del giudizio è davvero il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione o l’operato complessivo delle istituzioni in questo avvio di legislatura.

2. – L’elusione di un bilancio di dettaglio da parte della Presidenza uscente davanti al Parlamento, in ogni caso, è comprensibile e, per certi aspetti, mette in luce le debolezze strutturali della Presidenza semestrale a rotazione. Sei mesi sono, da un lato, un periodo troppo breve per la realizzazione di un programma politico consistente, anche nel contesto della continuità garantita dal terzetto che opera sulla base di 18 mesi; e, dall’altro, la Presidenza si risolve in un momento di grande visibilità più per le istituzioni europee nel panorama nazionale che per il Paese che ha la presidenza nel quadro dell’Unione.

Ecco allora giustificato il richiamo ai valori di fondo e ai grandi temi politici che riguardano l’Unione mentre le politiche di settore non possono che restare sullo sfondo, anche se fondamentali: non è una presidenza semestrale a poter incidere significativamente su percorsi decisionali che, inevitabilmente, sono destinati a scavallare il suo mandato temporale.

3. – Resta un ultimo aspetto di questo dibattito parlamentare che merita, in particolare, di essere analizzato dagli osservatori italiani in relazione al rapporto fra politica nazionale e politica europea che nel semestre di Presidenza emerge con maggior forza: il dibattito sulla politica italiana che, al solito, entra nelle aule del Parlamento europeo. Si tratta di un grande classico, che affligge in una certa misura tutti i sistemi politici europei e che in questa occasione si è arricchito delle dimissioni del Presidente della Repubblica Napolitano.

La politica interna italiana non è, in sé, estranea al contesto europeo, lo ha ricordato il parlamentare francese del gruppo popolare Lamassoure: la cosa più importante del semestre italiano sono le riforme promosse in Italia. Ma al di fuori di tali considerazioni di fondo colpisce l’altissimo numero di parlamentari italiani che intervengono dopo il Presidente del Consiglio, al punto da spingere anche Juncker a ironizzare su un dibattito italo-italiano con le reciproche stoccate di Renzi e Salvini e anche dei deputati europei di seconda fila, tutti divisi fra sostenitori e oppositori del Governo e solo accidentalmente sfiorati dal bilancio del semestre di Presidenza.

In conclusione, un cenno alle dimissioni del Presidente Napolitano formalizzate il giorno successivo alla conclusione del semestre italiano, da tempo annunciate e spesso legate al completamento del semestre di Presidenza del Consiglio dell’Unione. In particolare nel messaggio di fine anno il Presidente stesso ha ricordato di essersi “impegnato per contribuire al massimo di continuità e operosità costituzionale durante il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea”.

Aver atteso il termine del semestre prima di rassegnare le dimissioni è sicuramente un segnale di carattere simbolico importante: l’Italia attribuisce grande importanza al suo ruolo nell’Unione europea e rispetta con convinzione i suoi impegni nei confronti degli altri ventisette Stati membri. Sotto questo punto di vista la decisione del Presidente Napolitano appare apprezzabile per la sua saggezza.

È, tuttavia, lecito dubitare delle eventuali conseguenze concrete sul semestre di Presidenza di un possibile avvicendamento alla Presidenza della Repubblica prima del suo termine. È vero che il Parlamento europeo ha omaggiato Giorgio Napolitano con un lungo applauso, ma è probabilmente altrettanto lecito ritenere che, in Europa, nulla sarebbe cambiato se egli avesse compiuto le sue scelte personali in un momento diverso.

Andrea Gratteri

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