Il Parlamento europeo chiede di congelare i negoziati di adesione con la Turchia: reazioni e possibili scenari (27.11.2016)

Il 24 novembre il Parlamento europeo di Strasburgo ha votato a larga maggioranza una risoluzione che invita a sospendere i negoziati di adesione della Turchia all’Unione europea (2016/2993(RSP). La decisione, che assume un significato soprattutto simbolico in virtù del carattere non vincolante dell’atto, è considerata da Strasburgo la risposta coerente alla condotta di Ankara dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio scorso. Una condotta caratterizzata dall’adozione di «disproportionate repressive measures», come definite nel testo approvato con 471 voti a favore, 37 contrari e 107 astensioni. Le reazioni al voto europeo non si sono fatte attendere. Lo stesso presidente turco Recep Tayyp Erdogan aveva parlato, il giorno precedente il voto, di un atto senza alcun significato, che non preoccupava qualunque fosse stato il suo esito.  Se dello stesso tenore sono stati i commenti, tra gli altri, del primo ministro turco, Binali Yildirim, il quale ha auspicato che i leader europei si schierino contro tale «mancanza di visione», la risoluzione non ha lesinato un certo imbarazzo all’interno dello stesso establishment dell’Unione. Al riguardo, l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, aveva parlato nei giorni precedenti, in caso di approvazione della risoluzione, di «lose-lose scenario», aggiungendo come l’UE dovrebbe piuttosto individuare quegli strumenti «per aumentare, invece che ridurre, l’influenza europea sulle riforme della Turchia e sulla sua società».

Prima di affrontare la questione degli scenari che il voto di Strasburgo potrebbe aprire sui negoziati di adesione ed in generale sulle relazioni tra l’UE ed Ankara, è necessario delineare sinteticamente il contesto in cui si inserisce la portata ed il contenuto della risoluzione. Il 15 luglio scorso la Turchia è stata il teatro di un colpo di stato tentato da alcuni reparti militari che hanno per alcune ore bloccato il paese, soprattutto Ankara ed Istanbul, e occupato alcuni organi di comunicazione. Il golpe è stato represso dopo una notte di scontri che hanno provocato 290 morti. Il governo turco successivamente ha annunciato di aver arrestato 2839 soldati e 2745 magistrati sono stati rimossi dall’Alto Consiglio. Il 20 luglio, il presidente Erdogan aveva annunciato lo stato d’emergenza per la durata di tre mesi, che è stato prorogato ad ottobre. Già in seguito a tale proroga, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, aveva manifestato le sue preoccupazioni, invitando le autorità turche «a revocare i decreti d’emergenza, cominciando dalle misure che possono essere applicate più arbitrariamente a quelle che contengono meno garanzie».
L’inizio delle relazioni tra UE e Turchia si possono far risalire al settembre 1963, con la firma degli accordi di Ankara. Secondo l’intesa raggiunta con l’allora Comunità economica europea, il governo turco, al termine di un periodo transitorio, avrebbe costituito con Bruxelles un’unione doganale, entrata in vigore il 1 gennaio 1996. Al vertice di Helsinki del 1999, la Turchia ha assunto ufficialmente lo status di candidato. Il vertice di Bruxelles del 2004 ha stabilito l’apertura dei negoziati di adesione, ufficialmente avviati l’anno successivo. A prescindere dalla questione della formale adesione all’UE, i rapporti Ankara-Bruxelles si sviluppano lungo diverse direttrici, da quella commerciale – l’UE è il primo partner della Turchia sotto tale aspetto – fino alla comune gestione di crisi contingenti. In tal senso, si può citare l’importanza dell’accordo raggiunto nel marzo 2016 in relazione alla questione dei migranti. L’accordo, tra le altre cose, prevede che i migranti diretti verso la rotta balcanica verranno rimandati in Turchia se non presenteranno domanda d’asilo presso le autorità greche, con l’impegno, da parte di Ankara, che questi saranno protetti secondo standard internazionali. Per ogni profugo siriano che viene rimandato in Turchia dalle isole greche, un altro siriano verrà trasferito dalla Turchia all’Unione europea attraverso dei canali umanitari. In cambio l’Europa si è impegnata a versare circa 3 miliardi di euro ad Ankara in aiuti. Le difficoltà europee sul fronte dei ricollocamenti interni, nonché l’emergere di rinnovati particolarismi sul continente, rendono l’intesa di marzo, peraltro finora applicata solo parzialmente, un punto che non sembra oggetto di ripensamenti da parte di Bruxelles. «La possibilità di deportazioni di massa verso la Turchia, le denunce di violenze da parte della polizia turca contro i profughi siriani alla frontiera, le condizioni dei rifugiati sulle isole greche preoccupano i paesi europei. Eppure al momento nessuno vuole rimettere in discussione l’accordo», fa notare al riguardo Marc Pierini, analista del Carnegie Europe.
La risoluzione votata dal Parlamento europeo costituisce senza dubbio un nuovo capitolo nel tortuoso processo di adesione della Turchia all’Unione europea. Un atto politicamente significativo, anche se non vincolante, nelle relazioni tra i due paesi. Le reazioni che questo ha prodotto, sia in Turchia che nella stessa Unione, suggeriscono come la risoluzione, seppur proveniente da un organo autorevole, non andrà presumibilmente ad incidere nella sostanza nelle relazioni bilaterali. Il crescente autoritarismo di Erdogan, il comportamento del governo verso gli organi di stampa, la questione curda, quella cipriota, la probabile reintroduzione della pena di morte, il mancato sostegno di alcuni paesi membri all’ingresso turco, costituiscono elementi che rendono più difficile districare la già complicata matassa dei negoziati aperti nel 2005. D’altro canto, la crisi economica che ancora investe il continente, da recenti sondaggi, sembra aver incrinato le convinzioni un tempo maggioritarie dei cittadini turchi e perlopiù favorevoli all’ingresso nell’Unione europea. Certo è che ad oggi l’UE ha tutto l’interesse a tenere vivo il dialogo con Ankara, e l’accordo sui migranti ne è l’esempio più lampante. Un dialogo che, per necessità politiche e difficoltà interne, sembra non poter essere compromesso in questa fase cruciale e delicata per l’Unione.

Diego Del Priore

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