Il discorso del Presidente della Commissione Junker sullo stato dell’Unione (27.09.2015)

Il 9 settembre 2015 il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione davanti al Parlamento europeo (PE). Questo strumento introdotto con il Trattato di Lisbona richiede al Presidente della Commissione di fare il punto della situazione dell’Unione Europea, di stabilire le priorità per il lavoro futuro e di lanciare il processo interistituzionale che porta ad un nuovo programma di lavoro della Commissione per l’anno successivo. È particolarmente significativo almeno per due motivi: per la dimensione istituzionale, in quanto si colloca nel percorso improntato ad una più stretta collaborazione tra la Commissione e le altre due istituzioni politiche, depositarie tra l’altro del potere legislativo in seno all’UE, ossia Consiglio e il PE; dal lato della dinamica democratica, in quanto il Presidente della Commissione è chiamato a rendere conto al PE, l’istituzione democratica e rappresentativa dei cittadini europei, i cui membri intervengono poi per giudicare l’azione della Commissione e apportare il proprio punto di vista.

Gli argomenti toccati nello speech hanno riguardato i problemi e le sfide più scottanti che l’Unione ha affrontato nell’ultimo anno e su cui la Commissione è intervenuta, e che in buona parte ne determineranno l’agenda nel futuro prossimo: la crisi dei rifugiati; un nuovo inizio per la Grecia, per l’Euro e per l’economia europea; un accordo equo per il Regno Unito; la situazione in Ucraina; i cambiamenti climatici e il ruolo di leadership dell’UE. Già dalla selezione dei temi emergono diversi aspetti di interesse, in particolare un aspetto generale sembra informare la relazione, ossia la volontà di Juncker di far pesare tutto il carico politico della sua Commissione, la quale, per la prima volta, ha un Presidente eletto dal PE e designato dal Consiglio europeo tenendo conto delle elezioni europee del 2014. Data l’investitura (formalmente) di certo più politica, democratica e rappresentativa, Juncker si trova nella posizione di chi può “pretendere” un protagonismo diverso e senz’altro maggiore, affrontando temi che spaziano dalla politica estera e relazioni internazionali, alla politica economica e monetaria, fino a quella ambientale e quella migratoria, connessa ai temi dell’accoglienza, della solidarietà e della sicurezza interna. Una Commissione quindi che rivolge la propria attenzione a 360° segnando in questo modo un probabile piccolo passo in avanti nella costruzione di una istituzione quale vero e proprio governo dell’Unione. Nella logica pragmatica, graduale e incrementale del processo di integrazione europea e dell’empowerment delle istituzioni politiche e sovranazionali dell’UE è un passaggio, seppur prevedibile, da non sottovalutare.

Per quanto riguarda il primo tema affrontato, la crisi dei rifugiati, Juncker, dopo aver ricordato un po’ di numeri relativi al numero di profughi e gli Stati membri che più degli altri hanno fronteggiato gli arrivi, ha affermato che è arrivato il momento di gestire questo fenomeno a livello UE, non lasciando soli i Paesi più coinvolti. È stato ricordato l’impegno della Commissione in questo settore a partire dall’inizio degli anni 2000 quando ha presentato diverse proposte per una legislazione che riconoscesse e istituisse un Sistema di asilo comune europeo, oppure quando a maggio di quest’anno ha presentato l’Agenda europea globale in materia di migrazione. Sebbene gli Stati membri abbiano fatto molto per attuare alcuni standard comuni fissati dall’UE è vero anche che ancora tantissimo rimane da fare, tant’è vero che la Commissione, prima di questa estate, ha dovuto avviare una prima serie di 32 procedure d’infrazione per sanzionare gli Stati membri inadempienti verso disposizioni che pure avevano precedentemente accettato di rispettare; tra l’altro una seconda tranche è in procinto di partire. È stato ricordato quanto fatto dall’Unione fino ad ora per fronteggiare questo esodo di incredibili proporzioni proveniente soprattutto dall’Africa e dal Medioriente: l’UE ha triplicato la sua presenza in mare riuscendo a salvare più di 122mila vite da maggio 2015, 29 Stati membri e Paesi associati a Schengen stanno partecipando alle operazioni congiunte coordinate da Frontex in Italia, Grecia e Ungheria, sono stati raddoppiati gli sforzi per affrontare i contrabbandieri e smantellare i gruppi di trafficanti di esseri umani, sono stati dispiegati 102 agenti distaccati da 20 Paesi, 31 navi, 3 elicotteri, 4 velivoli ad ala fissa, 8 auto di pattuglia, 6 veicoli a visione notturna e 4 veicoli per il trasporto. Anche grazie a questo ingente coinvolgimento a tutti i livelli, la rotta del Mediterraneo centrale si è stabilizzata a circa 115mila arrivi nel mese di Agosto, gli stessi dello scorso anno, mentre molto rimane da fare per ottenere lo stesso risultato nella rotta balcanica, altra via privilegiata per l’accesso dei profughi nei Paesi dell’Unione. Oltre a questo è stata garantita anche assistenza umanitaria, economica e per lo sviluppo e la stabilizzazione ai profughi siriani nel loro Paese e ai loro centri di accoglienza in Libano, Turchia, Giordania, Iraq ed Egitto, attraverso lo stanziamento di circa 4 miliardi EUR cofinanziati dagli Stati membri e dalla Commissione stessa. Inoltre, proprio nel giorno del discorso, la Commissione ha lanciato due progetti per la scolarizzazione e la sicurezza alimentare per circa 240mila profughi siriani ospitati in Turchia.
Poi Juncker, dopo aver ricordato che la Commissione nel maggio di quest’anno aveva proposto un meccanismo di emergenza per trasferire 40mila persone in cerca di protezione internazionale dall’Italia e dalla Grecia, ha proposto nel suo discorso un secondo meccanismo di emergenza per spostarne altri 120mila dall’Italia, dalla Grecia e dall’Ungheria e ha invitato gli Stati membri ad adottare le proposte della Commissione sul trasferimento di emergenza di questi 160mila rifugiati in totale in occasione del Consiglio straordinario dei ministri dell’interno del 14 settembre. Significativo il passaggio sulla necessità di rivedere il regolamentoi Dublino III (2013), in particolare la regola dello Stato di primo ingresso, eredità del vecchio Dublino II (2003), con la proposta di istituire un meccanismo permanente di ricollocamento nella speranza di affrontare future situazioni di crisi in maniera più rapida.
Juncker ha dedicato qualche parola anche alla situazione della Libia, particolarmente importante per la delicatezza che assume nel fenomeno migratorio. Ha sostenuto la centralità che riveste il sostegno dell’Unione e dei suoi strumenti per fornire, in collaborazione con le autorità libiche riconosciute, sicurezza e servizi di prima necessità alla popolazione civile, ma nel concreto l’azione complessiva dell’UE sembra essere incoerente. Infatti, il Consiglio Affari generali del 14 settembre – quindi qualche giorno dopo il discorso di Juncker – ha deciso di abrogare la Decisione 2013/320/PESC del Consiglio del 24 giugno 2013 volta al sostegno delle attività connesse alla sicurezza fisica e alla gestione delle scorte per la riduzione del rischio di traffico illegale di armi leggere e di piccolo calibro e relative munizioni in Libia e nella sua regione [1]. Infine si è proposto la costituzione di un Fondo fiduciario di emergenza con un budget iniziale di 1.8 miliardi EUR da prelevare dagli strumenti finanziari dell’UE per fronteggiare le crisi nelle regioni del Sahel, dei Grandi Laghi, del Corno d’Africa e del Maghreb. L’obiettivo di medio-lungo periodo è quello di contribuire a portare stabilità e sicurezza allo scopo di creare opportunità occupazionali direttamente in quelle comunità locali e quindi affrontare la radice delle cause della destabilizzazione, dello sfollamento e della immigrazione illegale.

Il secondo punto toccato dalla relazione ha riguardato la Grecia, l’Euro e l’economia dell’Unione. Juncker ha ripercorso brevemente la vicenda della crisi greca e ha rivendicato l’intervento e il ruolo svolto dalla Commissione (in stretta cooperazione con la BCE e il FMI) per salvare l’integrità della zona euro nel negoziato e nel successivo accordo che poi è stato accettato dal governo guidato da Alexis Tsipras. Inoltre ha ricordato che il 15 luglio la Commissione ha presentato una proposta per limitare il cofinanziamento nazionale in Grecia e per anticipare il finanziamento di progetti di investimento a corto di liquidità: nel complesso un pacchetto di 35 miliardi EUR per la crescita.
Poi l’attenzione è stata spostata sull’economia europea nel suo complesso ed è stato evidenziato come attualmente i disoccupati nell’UE sono più di 23 milioni, di cui più della metà senza lavoro da almeno un anno o anche di più e che nella sola eurozona essi sono più di 17.5 milioni. Al contempo il debito pubblico nell’UE ha raggiunto in media più dell’88% del PIL, toccando quasi il 93% nella zona euro. Nonostante ciò, a detta del Presidente, sono da rilevare alcuni segnali positivi che fanno ben sperare per il futuro, come il miglioramento dei tassi di inflazione, l’aumento del PIL e il miglioramento delle condizioni di finanziamento delle famiglie e delle aziende. Inoltre, alcuni Stati membri una volta gravemente colpiti dalla crisi – segnatamente Lettonia, Irlanda, Spagna e Portogallo – e che hanno ricevuto assistenza finanziaria dall’UE sono ora in costante crescita e hanno stanno consolidato le loro economie. Per rafforzare questa tendenza sono due le azioni individuate dalla Commissione: investire in fonti di occupazione e di crescita in Europa, in particolare relative al mercato unico, e completare l’Unione economica e monetaria per creare le condizioni per una ripresa duratura (a tal fine Juncker ha ricordato la relazione dei cinque presidenti di maggio 2015, ossia dei presidenti di Commissione, Consiglio europeo, Eurogruppo, BCE e per la prima volta del PE).
Juncker ha anche ricordato che la Commissione, insieme ai deputati del PE e agli Stati membri, ha dato vita a un Piano di investimenti per l’Europa di 315 miliardi EUR, con un nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici, e soprattutto ha illustrato i cinque settori in cui la Commissione presenterà delle proposte ambiziose, dalle quali aspettarsi progressi già a partire dal prossimo autunno: (a) i cinque presidenti hanno convenuto che l’UE ha bisogno di un sistema comune per garantire che i risparmi bancari dei cittadini siano sempre protetti fino ad un massimo di 100mila EUR per persona e conto. Oggi tale protezione esiste ma solo a livello nazionale, per questo la Commissione presenterà una proposta in tal senso, consapevole che le posizioni dei singoli Stati, ad oggi, divergono anche sensibilmente; (b) l’UE necessita di una rappresentazione più forte dell’Euro sulla scena globale al fine di parlare con una sola voce in materia economica nelle istituzioni finanziarie internazionali, per questo il Presidente dell’Eurogruppo dovrebbe essere il portavoce naturale della zona euro nelle istituzioni finanziarie internazionali come il FMI; (c) l’UE ha bisogno di un sistema più efficace e democratico di sorveglianza economica e di bilancio, quindi dovranno diventare attori chiave del processo il PE, i parlamenti nazionali e i partner sociali a tutti i livelli. Inoltre la Commissione presenterà delle proposte per semplificare e rafforzare ulteriormente il Semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche; (d) l’UE ha bisogno di rendere più eque le sue politiche fiscali, in favore di cittadini e aziende, per questo è stato presentato a giugno un Piano d’azione che prevede, tra l’altro, che il Paese in cui una società genera i suoi profitti deve essere anche il Paese della sua tassazione. Un ulteriore passo verso questo obiettivo è il lavoro per l’istituzione di una Common Consolidated Corporate Tax Base che dovrebbe rendere l’elusione fiscale più difficile. Inoltre la Commissione sta lavorando anche con il Consiglio per concludere un accordo sullo scambio automatico delle informazioni sulle decisioni fiscali entro la fine dell’anno e sta lottando per spingere gli Stati membri ad adottare le linee guida per l’istituzione, entro la fine dell’anno, di una tassa sulle transazioni finanziarie; (e) bisogna intensificare gli sforzi per un mercato del lavoro equo e veramente paneuropeo, a garanzia sia della libera circolazione dei cittadini come diritto fondamentale dell’UE, sia della tutela da casi di abusi e rischi di dumping sociale. Per questo l’UE deve continuare a garantire la libertà di spostamento e mobilità delle persone ma allo stesso tempo deve tutelare il principio chiave per cui uno stesso lavoro deve essere pagato allo stesso modo in qualsiasi posto. Per concludere, Juncker si ripropone di sviluppare il pilastro europeo dei diritti sociali, il quale dovrà tenere conto della realtà in cambiamento delle società europee e del mondo del lavoro.

Terza questione spinosa e di importanza strategica affrontata nella relazione ha riguardato il Regno Unito e il referendum che si celebrerà entro il 2017 attraverso il quale il governo conservatore guidato da Cameron chiederà ai cittadini britannici di confermare la permanenza del Paese nell’UE oppure decretarne l’uscita. Il Presidente e la Commissione cercheranno di ‘scongiurare’ il referendum attraverso un negoziato che dovrà necessariamente condurre a un accordo equo per il Regno Unito ma anche per l’Unione. Per questo il Presidente ha richiamato alcune questioni a cui il governo conservatore tiene molto, ossia le sorti del Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP), il completamento del mercato unico europeo, la riduzione della burocrazia, il miglioramento del contesto ambientale per gli investimenti delle piccole imprese, la creazione del mercato unico digitale, l’abolizione delle tariffe di roaming a partire dall’estate del 2017 (misura particolarmente gradita da turisti e viaggiatori in particolare provenienti dal Regno Unito), etc.

Il quarto punto ha riguardato la situazione in Ucraina e di conseguenza i rapporti dell’Unione con la Federazione Russa. Premettendo che l’Europa dovrebbe iniziare ad esercitare una vera leadership sullo scenario globale e che dovrebbe dotarsi di una politica estera più unitaria, efficace ed incisiva, ha asserito che il cambiamento di governo avvenuto nel febbraio 2014 in Ucraina – «il sogno ucraino, il sogno di piazza Maidan» – è dal chiaro segno europeista. A detta di Juncker, il Presidente ucraino Poroshenko sta facendo molto per cambiare il suo Paese e renderlo più moderno, economicamente stabile e politicamente giusto e democratico e per questo va sostenuto. A tal proposito è stato ricordato come l’Ucraina abbia goduto finora di quasi 3.5 miliardi EUR provenienti da tre programmi di assistenza macro-finanziaria, oltre all’opera di mediazione nel negoziato che ha portato all’accordo che garantirà a Kiev forniture di gas nel periodo invernale e all’attività di consulenza per la riforma del sistema giudiziario.
Riferendosi esplicitamente alla Russia, invece, Juncker ha ricordato che le frontiere e la sicurezza degli Stati membri dell’UE sono intoccabili e quindi ha spronato tutti gli Stati membri ad essere più compatti e convinti della necessità delle sanzioni, nella consapevolezza che esse di certo danneggiano le economie nazionali e i profitti delle imprese che commerciano con la Russia, ma che d’altra parte sono un imprescindibile e potente strumento per reagire alle aggressioni e alle violazioni del diritto internazionale. Juncker ha anche affermato che esse saranno mantenute e rinnovate fino a quando i c.d. ‘accordi di Minsk’ non saranno pienamente rispettati. Infine ha anche riconosciuto che un rapporto costruttivo e di leale collaborazione con Mosca dovrà essere recuperato.

Infine, come quinto e ultimo tema, Juncker ha parlato dei cambiamenti climatici e del ruolo svolto dall’Unione finora e che potrebbe svolgere in prospettiva. Ha sottolineato come parte dei flussi migratori attuali – e nel futuro probabilmente sempre di più – siano dovuti agli spostamenti di grandi massi di persone a causa della ormai invivibilità delle proprie zone di origine. Sono i c.d. ‘rifugiati climatici’, costretti a migrare per l’insostenibile inquinamento delle loro città, oppure per la desertificazione che avanza e che non permette di praticare neanche quelle basilari attività per la mera sopravvivenza, etc. E’ stato fatto anche un riferimento all’imminente conferenza internazionale sul clima che si terrà a Parigi in questo dicembre, durante la quale si cercherà di concordare un’azione congiunta per raggiungere l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2°C. Da par suo l’UE dovrebbe arrivare pronta al Vertice in quanto già da marzo di quest’anno ha sottoscritto l’impegno di ridurre le emissioni di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.
In questo solco si inseriscono gli sforzi per lo sviluppo dell’Unione dell’energia per raggiungere obiettivi specifici nel campo dell’approvvigionamento, dell’autosufficienza energetica, della riduzione dell’impatto ambientale, dell’economia e del lavoro con la creazione di più di 130 miliardi di EUR di fatturato e milioni di posti di lavoro. Infine nella lotta contro i cambiamenti climatici un ruolo di primo piano dovranno averlo le città e le comunità locali, visto che attualmente l’80% del consumo dell’energia prodotta in Europa viene consumato dagli abitanti e dalle attività insediate nelle città. A questo livello una struttura istituzionale europea dedicata già c’è, ossia il Covenant of the Mayors, e la sua prossima riunione in programma il prossimo ottobre potrebbe essere l’occasione giusta per iniziare a trattare queste problematiche.

Per chiudere, una considerazione può essere fatta relativamente al tenore che Juncker vuole dare alla sua presidenza. Se da una parte ha riaffermato più volte il carattere politico della Commissione, che deve continuare ad essere alimentato, dall’altra parte ha sostenuto esplicitamente la sua propensione personale ad adottare un metodo di governance pragmatico e realistico nel rapporto con gli Stati membri. Ciò vuol dire che da un lato si farà interprete e garante del metodo comunitario, prediligendo e cercando di sviluppare, laddove è possibile, la dimensione sopranazionale della Commissione, ma dall’altro, senza ripiombare negli eccessi della passata presidenza Barroso, terrà sempre in debita considerazione le istanze (e gli egoismi?) degli Stati membri, tutelando il metodo intergovernativo. Forse attualmente questa impostazione è inevitabile, soprattutto considerando le varie crisi a cui l’Unione deve far fronte – economica, migratoria, geopolitica – ma la sfasatura esistente tra una vera Unione politica necessaria da costruire e le pretese dei singoli Stati membri che si fanno sempre più forti appare ancora più grave e insostenibile, data anche l’attribuzione di ulteriori poteri e prerogative alle istituzioni sopranazionali dell’UE – a partire dal Parlamento europeo – operata dal trattato di Lisbona.

Luigi D’Ettorre
[1] Dopo la caduta del governo Gheddafi (2011) notevoli quantità di armi convenzionali sono rimaste incustodite e sono diventate preda dei gruppi che attualmente si contendono il Paese, nonché di privati cittadini. A questa situazione altamente rischiosa hanno voluto porre rimedio le autorità libiche stipulando un accordo con la Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (Agenzia tedesca per la cooperazione internazionale – GIZ) inerente un programma sul controllo delle armi convenzionali in Libia in cui rientra anche la sicurezza fisica e la gestione delle scorte. Il programma si basa su un budget di 6.600.000 EUR ottenuti dal cofinanziamento dell’UE che contribuisce con 5.000.000 EUR e del Ministero federale degli Affari esteri tedesco che apporta il restante 1.600.000 EUR e la responsabilità della gestione complessiva affidata alla GIZ. Organizzato in quattro fasi (fase di avvio, attuazione totale del programma, attuazione del programma rivisto, consolidamento e consegna alle autorità libiche), la sua durata iniziale avrebbe dovuto essere di 5 anni, ma il Consiglio ne ha appunto decretato la fine prematura dopo averne fatto una valutazione complessiva (fase 3, iniziata nel maggio 2015) e alla luce del rapido e grave deterioramento della situazione politica e di sicurezza del Paese, che peraltro stava mettendo a rischio l’incolumità del personale internazionale impegnato nell’attuazione del programma.

 

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