Il Consiglio europeo del 20-21 ottobre: immigrazione, CETA e rapporti con la Russia (25.10.2016)

I primi ministri dei paesi membri dell’Unione europea si sono riuniti il 20 ottobre a Bruxelles in una due giorni di riunione resa complicata dalla delicatezza e dalla portata politica dei temi trattati. La politica migratoria è stata inevitabilmente al centro dell’agenda dei leader continentali. La riunione, sotto tale aspetto, ha fatto il punto della situazione e delle sfide da affrontare nel prossimo futuro, quali l’immigrazione illegale ed il controllo della frontiera esterna dell’Ue. Rilevante, ed altro punto saliente all’ordine del giorno, la questione delle relazioni con la Russia. Un punto che chiama in causa la situazione in Siria, in un quadro di riconfigurazione dei rapporti con Mosca. Infine, uno spazio significativo nelle discussioni è stato dedicato alla politica commerciale. Nella direzione di un  rafforzamento degli strumenti di politica commerciale dell’UE con i paesi terzi, si è inserito il dibattito sull’accordo di libero scambio con il Canada, specifico punto di un più ampio esame riguardante l’efficacia della strategia commerciale di Bruxelles.
Rapporti con la Russia. Oltre che in relazione alla guerra in Siria, tale questione si ascrive nell’ambito di quello che pare essere un riesame occidentale delle relazioni con Mosca. Sotto tale aspetto si ritiene necessario in questa sede fare riferimento ad un cambio di visione che trae le sue origini sull’altra sponda dell’Atlantico. Il segretario alla difesa statunitense, Ashton Carter, nel febbraio 2016 ha infatti  sottolineato un «cambio di orientamento importante» nel budget statunitense, dove in luogo della priorità attribuita a «operazioni anti-insurrezionali su larga scala» si segna il passaggio ad un «ritorno alla rivalità tra grandi potenze», con chiaro riferimento, oltre che alla Cina anche alla Russia. Nel comunicato del summit NATO di Varsavia, svoltosi l’8 e 9 luglio scorso, in piena tempesta post-Brexit, il testo del comunicato ha evidenziato invece come «le attività recenti della Russia hanno diminuito la stabilità e la sicurezza», e come i paesi NATO fossero pronti a riaffermare «il rafforzamento della propria posizione di dissuasione e difesa, anche attraverso una presenza avanzata nella parte orientale dell’Alleanza». Paul Bernstein, dell’Institute for National Strategic Studies, in merito a questo cambio di percezione, ha fatto notare che «a Bruxelles come a Washington, per diversi anni, Mosca ha cessato di essere una priorità nei programmi di difesa. Non sarà più così in futuro». In tale contesto di rivalutazione globale dei rapporti con Mosca, il Consiglio europeo ha condannato l’azione militare delle truppe governative siriane e dei suoi alleati, tra cui appunto la Russia, nella città di Aleppo, ammorbidendo comunque un testo che sembrava, stando ad alcune posizioni espresse alla vigilia della riunione, fare riferimento a nuove sanzioni.
Politica commerciale. Su tale punto, i capi di governo dei paesi membri hanno fatto il punto sullo stato dei negoziati per la conclusione di accordi di libero scambio con alcuni paesi. Dopo aver posto l’accento sul ruolo saliente della politica commerciale europea nella promozione della crescita, nel sostegno alle piccole e medie imprese e nella creazione di occupazione, l’attenzione si è focalizzata soprattutto sull’accordo con il Canada: il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA). L’iter del CETA, la cui firma è prevista il 27 ottobre a Bruxelles, è al momento complicato dal voto contrario del parlamento belga della Vallonia. Il trattato con il governo nordamericano – che prevede, tra le altre cose, la rimozione della quasi totalità dei dazi esistenti – è stato bersaglio di numerose critiche da gruppi ambientalisti ed organizzazioni sindacali. Al centro delle accuse anche la riforma del sistema degli arbitrati. Gli oppositori, infatti, contestano il nuovo sistema di risoluzione delle controversie che consentirebbe alle aziende multinazionali di fare causa ad uno Stato per proteggere i propri profitti, arrecando, secondo i critici, una seria minaccia agli standard ambientali, alimentari e di tutela del lavoro. I negoziati del CETA, inaugurati nel 2009, si sono conclusi nell’agosto 2014.
Politica migratoria. «Valuteremo proposte concrete in dicembre, ma la cosa importante oggi è stato concordare che non ci sarà alcuna solidarietà à la carte. Invece, lavoreremo per una solidarietà efficace». Le parole di Donald Tusk nel corso della conferenza stampa a margine del consesso certificano la centralità di un tema che sempre più divide l’opinione pubblica e gli stessi governi europei. La gestione dei flussi migratori verso l’Europa, in particolar modo per ciò che riguarda la sua dimensione esterna, ha catalizzato dunque l’attenzione dei vertici continentali. La recente entrata in vigore del regolamento che istituisce la nuova European Borders and Coast Guard costituisce una tappa importante nel controllo della frontiera esterna. Un controllo che nei propositi di Bruxelles si ritiene necessario al fine di tornare a garantire una piena attuazione dei principi dell’area Schengen e, dunque, la rimozione di quelle “deroghe” di carattere nazionale che recentemente ne hanno ostacolato l’applicazione. Altra direttrice lungo la quale si sviluppa il tentativo europeo di elaborare una risposta efficace è quella del contrasto ai flussi illegali. Sotto tale aspetto i primi ministri europei hanno sottolineato, in riferimento alla rotta del Mediterraneo centrale, l’importanza del Partnership Framework con i paesi di origine e transito, con un focus di rilievo evidentemente dedicato al continente africano. In relazione alla “Western Balkans route”, lo stesso Tusk in conferenza stampa ha messo in evidenza la tendenza ad una stabilizzazione degli ingressi, chiamando in causa la necessità di accelerare i ritorni dalle isole greche verso la Turchia, sulla base dell’accordo con Ankara del marzo scorso, e sveltendo le procedure di asilo. Altri aspetti richiamati, che si pongono a sostegno di un approccio che si vorrebbe, e necessiterebbe di essere, quanto più globale, riguardano l’invito inoltrato all’European Asylum Support Office (EASO) di rendere operativo quanto prima il gruppo d’intervento in materia di asilo, sostenendo ed integrando l’azione degli Stati membri. Tema caldo resta quello del reinsediamento. La criticità del tema risiede non solo nel suo aspetto umanitario – si pensi al caso dei minori non accompagnati – ma ricade anche su una sfera, quella squisitamente politica, che ha avuto effetti più manifesti in Ungheria, Slovacchia e Polonia.

Diego Del Priore

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