I “compacts”: una migliore gestione della questione migratoria? (13.06.2016)

L’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Federica Mogherini, la definisce una “rivoluzione copernicana per il continente africano”. Tuttavia, la comunicazione presentata ieri dalla Commissione sulla cooperazione con i paesi terzi nell’ambito dell’attività esterna di gestione della migrazione non è stata accolta da tutti con lo stesso entusiasmo. Le prime ad esprimere forti perplessità sono state le organizzazioni coinvolte direttamente nei meccanismi di accoglienza, in particolare in Italia che in questo periodo si trova a fare i conti con le conseguenze dell’Accordo UE-Turchia dello scorso 20 marzo. Quest’ultimo ha avuto l’effetto di frenare drasticamente i flussi verso le isole greche dell’Egeo e di incrementare, invece, quelli attraverso la rotta libica ed egiziana in direzione delle coste italiane. Per dirla con le parole di Christopher Hein, portavoce del Consiglio Italiano per i Rifugiati, “chiudendo un rubinetto i flussi delle migrazioni non si interrompono, cambiano solo rotta”. D’altronde bisogna ricordare che si parla di un accordo, quello tra Unione Europea e Turchia, tuttora al centro di accesi dibattiti circa la sua conformità con i principi sanciti dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e che si fonda su un presupposto molto fragile da un punto di vista politico e giuridico, ovvero il riconoscimento della Turchia come paese terzo sicuro. Il sospetto è che il piano delineato dalla Commissione per affrontare la questione migratoria abbia delle inquietanti similitudini con l’accordo stretto con Ankara, come se lo strumento degli aiuti finanziari fosse il solo in grado di frenare i flussi.

Nel dettaglio il documento della Commissione prevede azioni da intraprendere su due fronti:

  • La conclusione di accordi di partenariato con i paesi di origine e di transito;
  • L’ottimizzazione del sistema dei ritorni per coloro che vengono giudicati non in diritto di ricevere la protezione internazionale;

Per quanto riguarda il primo punto l’intenzione nel breve periodo è quella di convogliare 8 miliardi di euro da utilizzare in specifici accordi bilaterali con alcuni paesi africani entro il 2020. E’ un’iniziativa che si inserisce nel più ampio spettro degli High Level Dialogues i quali prevedevano una serie di pacchetti con 16 paesi africani per incentivare la cooperazione in tema di migrazione e incoraggiare i ritorni. Ora, questi pacchetti-paese devono essere tradotti in accordi bilaterali – compacts – con un selezionato numero di paesi terzi di origine e di transito prioritari al fine di assicurare risultati tangibili nel breve periodo. I paesi ritenuti prioritari sono: il Niger, la Nigeria, il Mali, l’Etiopia, il Senegal, la Tunisia e la Libia cui si aggiungono la Giordania e il Libano, in qualità di paesi ospitanti il maggior numero di rifugiati nel Medioriente.

Il documento prevede la creazione di un Ufficiale di collegamento europeo sulla migrazione che aiuterà a coordinare la cooperazione europea contro lo smuggling e un’unica piattaforma per la registrazione della popolazione sfollata che faciliterà la distribuzione di aiuti nei paesi terzi.

Da un punto di vista finanziario, verrà replicato lo stesso modello dell’accordo con la Turchia, del Fondo regionale europeo in risposta alla crisi siriana e del Fondo fiduciario europeo per l’emergenza in Africa.

Nel lungo periodo, l’Unione prevede la creazione di un ambizioso Piano di Investimenti all’estero che andrà a colpire le cause all’origine delle migrazioni e contribuirà, al contempo, al raggiungimento di importanti obiettivi di sviluppo. Esso si baserà, come nel caso del Piano di Investimenti per l’Europa, su tre pilastri:

  1. l’utilizzo di risorse pubbliche scarse in maniera innovativa al fine di mobilitare gli investimenti privati offrendo garanzie addizionali e fondi agevolati;
  2. il supporto e l’assistenza tecnica alle autorità e alle compagnie locali affinché elaborino progetti finanziabili da investitori internazionali;
  3. il potenziamento dell’amministrazione, la lotta alla corruzione e l’eliminazione delle barriere agli investimenti.

La previsione è di 62 miliardi di euro da raggiungere attraverso un contributo minimo degli Stati membri pari a 3.1 miliardi entro il 2020 che lieviterà, secondo le previsioni, grazie allo strumento della leva finanziaria.

Per quanto riguarda il secondo punto, il documento rileva che, alla luce del divario creatosi tra le aspettative nutrite nei confronti del sistema dei ritorni e i reali tassi di riammissione raggiunti finora, è necessario incrementare la cooperazione con i paesi di origine nell’identificazione e riammissione dei loro connazionali e, per i paesi di transito, potenziare la gestione delle loro frontiere.

Alla luce di quanto esposto, la domanda nasce spontanea: sarà sufficiente a frenare i flussi verso l’Europa? Da quello che emerge dal documento della Commissione, distogliere le persone dal raggiungere l’Europa e affrontare rischiosi viaggi in mare è, in buona sostanza, l’obiettivo principale dell’Unione. Ma se meno morti in mare significa più morti nei paesi di origine allora probabilmente non sono stati fatti grandi passi in avanti con questa proposta. La stabilizzazione delle situazioni più gravi nei paesi africani è certamente una priorità ma forse non l’unica. Per chi è a Falluja in questo momento la fuga è la risposta più immediata, l’effetto degli aiuti finanziari richiede del tempo che adesso queste persone non hanno. A ciò si aggiunge la minaccia da parte del governo kenyota della chiusura del più grande campo profughi al mondo e la condanna, pochi giorni fa, da parte delle Nazioni Unite al governo eritreo colpevole di commettere gravi crimini contro l’umanità. Fabbriche di profughi per le quali l’Europa è ancora impreparata e scoordinata, lo testimoniano i recenti fatti del Brennero e di Ventimiglia.

Carla Di Nardo

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