Gli orientamenti di politica economica del Consiglio (raccomandazione 2015/1184) e la conclusione del semestre di coordinamento (05.08.2015)

Il 2015 non si è aperto nel migliore dei modi per l’UE. Il negoziato sul debito greco ha mostrato l’intransigenza della netta maggioranza degli Stati membri disposti a tutto pur di non fare concessioni agli Stati con una situazione di fragilità finanziaria e con prospettive di crescita basse. Le proposte del governo greco, sia quelle avanzate nella prima fase, sia quelle avanzate nella fase successiva al referendum, sono state sostanzialmente respinte. Il taglio del debito, auspicato dal FMI e richiesto sin dall’inizio dalle autorità greche, è momentaneamente in incubazione anche se, negli ultimi giorni, sembra prevalere lo scetticismo sulla fattibilità giuridica di un’azione in questo senso.

I leader europei, nel frattempo, continuano a trincerarsi dietro gli annunci di una “maggiore integrazione economica” o della “necessità dell’Europa politica” senza meglio identificare quali dovrebbero essere gli obiettivi ed i principali passaggi di una simile transizione. Lo stesso rapporto dei cinque Presidenti, recentemente pubblicato, è alquanto nebuloso e si limita a proposte davvero modeste in termini di integrazione e cambiamento dell’attuale scenario giuridico-istituzionale.
Il FMI ha da poco ribadito che, seppure nel breve periodo il basso costo del petrolio e la debolezza dell’euro stanno favorendo una fragile ripresa, in assenza di una politica di rafforzamento della domanda interna dei paesi creditori dell’area euro e di riforme sostanziali dell’architettura istituzionale dell’Unione economica e monetaria, gli squilibri che hanno condotto alla crisi della moneta unica, rischiano di riproporsi nuovamente. Secondo il FMI, inoltre, “una cronica mancanza di domanda” rischia di condannare l’area euro ad una situazione di “vulnerabilità e stagnazione prolungata”.
In questo contesto, il Consiglio ha adottato le raccomandazioni relative agli orientamenti di massima per le politiche economiche, secondo quanto disposto dall’art. 121, par. 2, del TFUE e secondo le scadenze previste dal semestre europeo sul coordinamento della politica economica. La raccomandazione 2015/1184 del Consiglio sottolinea la necessità di politiche coordinate ed integrate volte a “portare l’Unione in uno stato di crescita intelligente, sostenibile e solidale” attraverso “il rilancio degli investimenti, un rinnovato impegno per le riforme strutturali e la dimostrazione della responsabilità di bilancio”. Tali azioni devono porsi nell’ambito degli obiettivi della Strategia Europa 2020. Tra gli orientamenti formulati dal Consiglio troviamo anzitutto la promozione degli investimenti e l’attuazione delle riforme strutturali. Per quanto riguarda il primo punto, si menziona l’esigenza di mobilizzare i “mezzi finanziari per progetti d’investimento economicamente sostenibili che raggiungano l’economia reale e migliorino l’ambiente di investimento”. In merito alle riforme strutturali, si insiste soprattutto sulle riforme riguardanti il mercato del lavoro ed i “sistemi sociali”, intendendo con tale espressione i meccanismi di previdenza e assistenza sociale. Tra gli orientamenti, si menzionano inoltre la rimozione degli ostacoli alla crescita e all’occupazione ed il miglioramento della sostenibilità delle finanze pubbliche. Sotto questi ultimi due profili, il Consiglio ribadisce la necessità di portare avanti a livello europeo l’Unione dell’energia, l’Unione dei mercati di capitali e, a livello nazionale, la riforma della pubblica amministrazione e dei sistemi tributari.
Il Consiglio ha altresì adottato le raccomandazioni sui programmi nazionali di riforma dei singoli paesi (con l’esclusione della Grecia e di Cipro che sono oggetto di specifici programmi di monitoraggio e aggiustamento). Può risultare interessante analizzare brevemente le raccomandazioni rivolte ad Italia, Germania e Francia.
Italia: il Consiglio richiama in primo luogo la flessibilità rispetto all’obiettivo di medio termine (0,4% del PIL) concessa all’Italia nel 2015 (la c.d. clausola delle riforme) e attende chiarimenti dal governo italiano in merito all’impatto sul bilancio del decreto emanato dal governo, in attuazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 70/2015 che ha stabilito l’illegittimità del blocco della rivalutazione dei trattamenti pensionistici superiori a tre volte il trattamento minimo INPS. Le valutazioni del Consiglio, “nonostante gli sforzi di miglioramento”, non sono positive: nel documento del Consiglio aleggia una certo pessimismo sulla capacità dell’Italia di raggiungere il pareggio strutturale di bilancio entro il 2017. Per quanto riguarda il rapporto debito/PIL, si precisa che il governo non ha specificato quali sono i tagli alla spesa che si dovranno effettuare per evitare che scattino le c.d. clausole di salvaguardia (aumento dell’IVA). Le privatizzazioni vanno a rilento e nel 2014 i proventi realizzati dal governo sono stati molto inferiori alle aspettative. Nonostante il taglio del cuneo fiscale, definito dal governo italiano “il più grande della storia”, il Consiglio saluta timidamente tale misura, dedicandogli solo qualche riga e rimarcando piuttosto la lentezza di alcuni provvedimenti quali le riforme del catasto, della pubblica amministrazione, dei regimi di assistenza sociale, dell’Agenzia per la coesione territoriale per la gestione dei fondi europei etc. Per quanto riguarda il c.d. Jobs Act, nel documento si evidenzia che l’attuazione della legge è “strettamente legata all’adozione dei necessari decreti legislativi attuativi”. Concludendo, il Consiglio sottolinea la necessità che l’Italia proceda ad un aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine pari allo 0,25% del PIL per l’anno 2015 e dello 0,1% del PIL per il 2016.

Germania: le raccomandazioni rivolte alla Germania sono sostanzialmente tre: promozione degli investimenti attraverso lo sfruttamento dei margini di manovra che le finanze pubbliche tedesche lasciano aperti; aumento degli incentivi per il pensionamento posticipato, riduzione del cuneo fiscale e revisione del trattamento dei mini-job per favorire la transizione verso altre forme di occupazione; riforma complessiva del sistema dei servizi. Giustamente il Consiglio pone anzitutto l’accento sugli investimenti pubblici anche se avrebbe dovuto farlo con molto più vigore. Uno studio pubblicato dal FMI ha concentrato l’attenzione sul tema degli investimenti pubblici in Germania puntando il dito contro il bassissimo tasso di investimenti pubblici sul PIL e la totale assenza di una strategia sugli investimenti. Se la Germania adottasse una politica fiscale espansiva, conducendo investimenti pubblici su larga scala, ne beneficerebbero non solo i cittadini tedeschi ma l’intera area della moneta unica. Da un lato, infatti, la Germania assumerebbe il ruolo di trainare la crescita e dall’altro si riassorbirebbero definitivamente gli squilibri macroeconomici tra gli Stati membri. Purtroppo, l’attuale clima politico tedesco non sembra lasciare spazio ad un simile scenario.

Francia: il documento sottolinea che il Programma di stabilità presentato dalla Francia nel 2015 e le proiezioni in esso contenute sino al 2018 non possono dirsi completamente in linea con le raccomandazioni del Consiglio. La correzione dei disavanzi dovrebbe essere sostenuta da “riforme strutturali ambiziose e di vasta portata”. Il Consiglio insiste sulla necessità di revisionare e tagliare la spesa pubblica, in particolare la spesa sociale contenendo i costi nel settore farmaceutico, nella spesa ospedaliera, nella spesa pensionistica. Si sottolinea poi che nonostante il taglio di 10 miliardi dei contributi sociali a carico del datore ed i 20 miliardi di credito d’imposta, la rigidità del mercato del lavoro ed il salario minimo troppo elevato non permettono al paese di recuperare competitività. Si suggerisce poi di abbattere le aliquote eccessivamente elevate sulle imprese e di smantellare definitivamente la progressiva sovrattassa di solidarietà sulle stesse. Infine, si chiede una riforma complessiva del mercato del lavoro che renda più flessibili retribuzioni ed orario di lavoro “in funzione della situazione in cui versano” le imprese.

Come si può constatare, dietro le affermazioni riguardanti l’urgenza degli investimenti e della crescita, di misure che salvaguardino l’occupazione e la coesione sociale, contenute nel documento generale di luglio, le misure rivolte ai singoli paesi lasciano impregiudicato il dogma dell’austerità. Se si eccettua quel poco di flessibilità di bilancio concessa ad Italia e Francia, misure fortemente ideologiche e recessive come privatizzazioni, taglio della spesa sociale, ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro, taglio dei tributi alle imprese etc. continuano ad essere il fulcro della politica economica europea. Sugli investimenti, pertanto, molta retorica e poco più. In un articolo uscito sul Guardian, l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, è tornato a ribadire un concetto fondamentale della crisi europea: ossia la dipendenza politica ed economica dell’intera Europa rispetto alle scelte di politica interna che farà la Germania. Se questa sceglierà di spingere sugli investimenti, di ristrutturare il debito dei paesi periferici, di farsi promotrice di una vasta riforma dell’euro e dell’UE, vi sarà la fine della recessione e l’inizio di nuove possibilità politiche per l’UE. L’alternativa è di proseguire lungo il sentiero dell’aggiustamento di bilancio condannando l’area euro ad una stagnazione economica a tempo indeterminato. Il prezzo politico di quest’ultima scelta, più suggestiva per l’elettorato tedesco, rischia di essere catastrofico per l’Europa.

Federico Di Dario

 

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