G7 Ambiente a Bologna: tanti principi e scarsi risultati minano la credibilità degli attori coinvolti (19.06.2017)

 

Tavolo del G7 Ambiente a Bologna, fonte: Rinnovabili.it

Tavolo del G7 Ambiente a Bologna, fonte: Rinnovabili.it

L’11 e il 12 giugno scorsi, a Bologna, si è tenuta una riunione del G7, questa volta nella versione “Ambiente”. Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, Canada e Stati Uniti, alla presenza del Commissario europeo per l’ambiente e il clima, hanno discusso di diversi temi al centro delle preoccupazioni che riguardano l’ambiente, la sostenibilità delle attività umane e la tutela degli ecosistemi.

I sei paesi, ad esclusione degli Stati Uniti, hanno sigillato l’accordo sul clima firmato a Parigi durante la COP21 e di cui molto si è discusso proprio in prossimità del G7. La ragione è la decisione degli Stati Uniti di non rispettare l’accordo sottoscritto dall’allora Presidente statunitense, Barak Obama, con il quale, insieme ad altri 194 paesi, si impegnava a mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine e puntare a limitare l’aumento a 1,5°C per ridurre gli impatti del cambiamento climatico sulla Terra.

A causa del dietrofront degli USA per stilare un testo finale condiviso del vertice sono state accettate alcune postille imposte dall’amministrazione di Donald Trump (1).

Gli USA, hanno infatti ribadito di rifiutare qualsiasi impegno condiviso per quanto riguarda la politica sui cambiamenti climatici, giustificando il cambio di rotta con una penalizzazione alla quale l’economia statunitense sarebbe sottoposta nel caso accettasse di ridurre le sue emissioni inquinanti di gas serra. Lo stesso pretesto era stato accampato, oltre che dagli USA stessi, anche da Cina e Brasile a Kioto, quando il vertice giapponese risultò un flop proprio a causa di defezioni così importanti. Per il segno opposto che aveva mostrato, l’accordo di Parigi era stato plaudito da più parti, dati sia gli obiettivi ragguardevoli che il calibro dei firmatari (2).

Tale mancanza di volontà nel settore del cambiamento climatico è stata pertanto ribadita nella dichiarazione finale del G7 Ambiente, laddove gli Stati Uniti hanno fatto inserire la seguente postilla: «We the United States of America continue to demonstrate through action, having reduced our CO2 footprint as demonstrated by achieving pre-1994 CO2 levels domestically. The United States will continue to engage with key international partners in a manner that is consistent with our domestic priorities, preserving both a strong economy and a healthy environment. Accordingly, we the United States do not join those sections of the communiqué on climate and MDBs, reflecting our recent announcement to withdraw and immediately cease implementation of the Paris Agreement and associated financial commitments».

È fondamentale notare la locuzione che dice che gli USA si impegneranno congiuntamente con i partner internazionali come hanno fatto sinora, ma che le nuove politiche dovranno essere coerenti con le priorità nazionali. Stesso concetto viene ribadito in riferimento alle Multilateral Development Banks, ossia le banche multilaterali di sviluppo e al supporto USA per la messa in pratica dell’Accordo sul clima di Parigi, temi entrambi presenti nella sezione 6 del documento finale, ai quali gli Stati Uniti hanno deciso di non aderire.

Toni differenti sono stati utilizzati discutendo di inquinamento degli oceani e di economia circolare. Per quanto riguarda il primo tema, sono i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a fornirci un quadro raccapricciante: la quantità di oggetti che galleggiano sulla superficie degli oceani è cresciuta di 100 volte negli ultimi 40 anni. Secondo Ocean Conservacy, circa 7 milioni di tonnellate di rifiuti vengono gettati in mare ogni anno. I rifiuti più comuni gettati dalle attività antropiche sono pneumatici, bottiglie, sacchetti, cannucce, tamponi e preservativi. Oltre 600 specie marine sono particolarmente colpite dall’inquinamento causato dall’uomo, a partire dai cetacei, per arrivare a foche e tartarughe marine. E neppure gli uccelli sono salvi in quanto è stato calcolato che sarebbero circa centomila i mammiferi marini uccisi ogni anno dai rifiuti umani.

Un ulteriore problema è dato dal fatto che, quando si parla di ambiente, nessun fenomeno può essere disgiunto da un altro. E infatti, anche il cambiamento climatico sta incidendo duramente sulle acque: il processo di acidificazione degli oceani causato dall’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera, altera la chimica dei mari e compromette l’equilibrio degli ecosistemi, danneggiando ancora una volta gli organismi acquatici. Uno dei casi più emblematici e preoccupanti è  lo sbiancamento dei coralli che, essendo  molto sensibili e incapaci di far fronte all’azione combinata dell’aumento delle temperature acquatiche e della progressiva acidificazione, soffrono in tutto il mondo, dall’Australia alle Maldive. Secondo il WWF, il 38% dei coralli sul pianeta è colpito dal fenomeno dello sbiancamento: al tasso attuale di riscaldamento globale, entro il 2050 non esisteranno più le barriere coralline. Una perdita irreparabile ed irreversibile, poiché i coralli sono essenziali per la riproduzione e la sopravvivenza di un quarto delle specie marine conosciute.

È la plastica tuttavia a rappresentare la maggiore preoccupazione per la vita degli oceani e della flora e della fauna che li abitano: un rapporto pubblicato dal World Economic Forum (WEF) dal titolo “The New Plastics Economy“, mostra che l’usa e getta provoca una perdita per l’economia pari a 80-120 miliardi di dollari l’anno, il 95% del valore materiale degli imballaggi in plastica, che rappresentano quei materiali che vengono utilizzati una sola volta e poi gettati. Per tale ragione, secondo il WEF, in uno scenario business as usual, cioè senza modifiche al sistema produttivo, entro il 2025 si pensa che per ogni tre tonnellate di pesci vi sarà una tonnellata di plastica. Entro il 2050, invece, il peso della plastica avrà superato quello della fauna marina. Il rapporto, tuttavia, contiene “una nuova economia della plastica”, un ripensamento completo dell’utilizzo degli imballaggi e delle materie plastiche in genere: un modello basato sulla creazione di efficaci percorsi post-impiego che riduce drasticamente il dumping negli ecosistemi, in particolare gli oceani. Gli esperti sottolineano anche la necessità di sostituire petrolio e gas naturale con nuove materie prime per la produzione di plastica.

Ecco come a quello dei rifiuti della plastica (che, si ricorda, stanno entrando nella catena alimentare di alcune specie marine) si ricolleghi l’altro tema al centro del documento finale del G7 Ambiente e cioè quello dell’economia circolare. Così come ribadito dai Ministri riuniti a Bologna, l’economia circolare, ovvero la valorizzazione degli scarti dei consumi, l’estensione del ciclo di vita dei prodotti, la sharing economy (economia della condivisione delle risorse), l’impiego di materie prime da riciclo, l’uso di energia da fonti rinnovabili, può innescare un circolo virtuoso di produzione e consumo responsabile in grado di migliorare le condizioni ambientali del nostro pianeta (riducendone l’inquinamento) e quelle di vita dei suoi abitanti (attraverso la distribuzione più equa delle risorse). Il sistema economico lineare, usato per secoli e tuttora in uso, è sempre più inefficiente e costoso per il pianeta, i cittadini e le imprese. Esso deve essere sostituito quanto prima con il più lungimirante modello dell’economia circolare, basato sulle tre “R”: ridurre (gli imballi dei prodotti, gli sprechi di materie prime, eccetera), riusare (allungando il ciclo di vita dei beni) e riciclare (gli scarti non riutilizzabili). L’economia circolare può creare un modello di sviluppo completamente nuovo e proficuo in quanto permette il taglio degli sprechi attraverso l’efficienza energetica e idrica e un uso responsabile delle materie prime. Inoltre si stima che solo in Europa l’economia circolare può generare un beneficio economico da 1.800 miliardi di euro entro il 2030, può dare una spinta al Pil di circa 7 punti percentuali addizionali, può creare nuovi posti di lavoro e incrementare del 3% la produttività annua delle risorse (fonte: Il sole24ore, Dossier, 1 novembre 2016).

Altro tema importante trattato nel documento condiviso dal G7 Ambiente riguarda le riforme fiscali in materia ambientale. Anche in questo caso i Ministri hanno potuto esclusivamente ribadire il loro impegno, insieme a quello di altri Stati non partecipanti alla riunione, di voler eliminare entro il 2025 tutti quei sussidi e sovvenzioni ancora offerti per l’utilizzo dei combustibili fossili inefficienti: strumenti, questi, di certo non in linea con gli obiettivi della sostenibilità e della tutela dell’ambiente.

Oltre ai temi indicati, il G7 Ambiente ha discusso del continente africano e dell’impatto che i cambiamenti climatici stanno provocando nelle sue zone più vulnerabili. Infatti, come è noto, i cambiamenti che il clima subisce a causa delle attività antropiche influiscono in modo maggiore su quei territori che più di altri presentano caratteristiche ecosistemiche fragili e dove, inoltre, si sta già assistendo a fenomeni atmosferici sempre più estremi e frequenti. In Africa è in atto un continuo degrado delle produzioni agricole, della sicurezza alimentare e della disponibilità di acqua oltre all’aumento costante della popolazione. Tali fenomeni, incidendo negativamente sulla crescita economica e sociale dell’intero continente, necessitano di essere stabilizzati e traghettati verso l’aumento delle possibilità di accesso da parte degli africani a politiche energetiche moderne e sostenibili. Non è stato fatto alcun accenno alla piaga dei profughi ambientali, categoria destinata a crescere nei prossimi anni proprio a causa degli eventi atmosferici estremi come inondazioni o desertificazioni.

Infine, è stato affrontato il discorso delle implicazioni esistenti tra l’occupazione, la crescita economica e le politiche cosiddette “verdi”. Come base di lavoro è stato utilizzato il documento dell’OCSE intitolato “Jobs Implications of Green Growth: Linking employment, growth, and green policies” per sottolineare ancora una volta quanto le politiche rivolte alla tutela dell’ambiente creino benefici economici in termini di crescita e di posti di lavoro. Seppure mancano ancora studi sull’efficienza e la quantizzazione dei nuovi posti di lavoro che le politiche verdi potrebbero creare, i Ministri riuniti a Bologna hanno riconosciuto l’importanza degli investimenti nei settori strategici a marchio “sostenibilità”.

Nonostante lo splendore che aleggia intorno a riunioni come il G7, non può passare inosservato (e con una certa amarezza) il fatto che, ancora una volta, i principi che sono stati ribaditi nel documento finale dovrebbero essere oramai entrati di diritto all’interno di ogni Stato che voglia chiamarsi civile o per lo meno essere stati tramutati da tempo in norme e data loro applicazione.

Nonostante sia infatti vero che, in molti casi, il dialogo multilaterale è l’unica strada percorribile, le azioni finora intraprese sembrano essere ancora troppo poco incisive, lente, affatto consapevoli se paragonate all’importanza della materia ambientale, rischiando di minare la credibilità degli attori coinvolti.

Il quadro non è migliore se si guarda all’Unione europea che, seppure restando una delle poche realtà mondiali ad essersi dotata di norme importantissime e vincolanti volte alla tutela dell’ambiente, pare mancare della forza necessaria per mettersi a capo di un processo che coinvolga e guidi anche altri Stati che dell’Unione non fanno parte. Una delle ragioni di questa mancanza di leadership internazionale può essere rintracciata nel fatto che l’Unione europea arranchi anche al suo interno: un esempio è lo slittamento della votazione del regolamento sull’Effort Sharing Regulation (ESR), una serie di norme che coprono tutte quelle emissioni che non rientrano nel mercato del carbonio (ETS), e cioè quelle prodotte da settori quali agricoltura, edilizia, trasporti e rifiuti (60% della CO2 emessa a livello europeo). Il voto del Consiglio dei Ministri dell’Ambiente europei su uno dei regolamenti più importanti in materia di cambiamento climatico, previsto per il 19 giugno, è infatti slittato all’autunno. Dall’esito positivo di questa votazione dipende in parte anche il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Ma il processo è lungo ed economicamente non condiviso e restano sul tavolo ancora troppe differenze che separano gli Stati membri su alcuni punti chiave per rendere efficaci gli impegni di riduzione delle emissioni pattuiti durante la COP21. La defezione di Trump potrebbe a questo punto essere solo una lezione di realpolitik?

La chiusa della riunione del G7 Ambiente di Bologna potrebbe essere la seguente: va bene la tutela ambientale, purché sia redditizia.

(1) A tal proposito si rimanda alla dichiarazione congiunta che Francia, Italia e Germania hanno firmato in merito all’uscita degli Stati Uniti d’America dall’Accordo di Parigi.

(2) È tuttavia importante riportare lo studio dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) che, nel suo report Energy Technology Perspectives del 6 giugno scorso, dimostra come potrebbe essere possibile raggiungere l’obbiettivo previsto a Parigi e cioè tenere il riscaldamento globale ben al di sotto della soglia limite dei 2°C. Tuttavia, gli impegni per soddisfare tale scenario entro la fine secolo sono molto più ambiziosi degli strumenti messi finora in campo. Per restare in linea con l’accordo di Parigi è necessario raggiungere zero emissione nella seconda metà di questo secolo, come si propone il protocollo. Secondo la IEA, per avere un 50% di possibilità di centrare l’obiettivo, l’asticella dovrebbe essere spostata al 2060, ma servirebbe comunque uno sforzo senza precedenti da parte della politica. Nel mix energetico stimato dalla IEA, i combustibili fossili dovrebbero crollare dall’82% del 2014 al 26% del 2060, con drastici tagli a carbone (-78%), petrolio (-64%) e gas naturale (-47%). Nel solo settore elettrico, la produzione a basso tenore di carbonio dovrebbe soddisfare il 96% della domanda. Molte centrali elettriche a combustibili fossili dovrebbero chiudere prima di finire il ciclo di vita. In totale, la IEA stima un costo pari a 3,7 trilioni di dollari. Se però le emissioni del settore energetico dovessero rimanere sostanzialmente invariate da qui al 2025, le perdite economiche legate alla chiusura degli impianti raggiungerebbero gli 8,3 trilioni di dollari. Al processo, spiega la IEA, potrebbero contribuire le tecnologie per le emissioni negative, come le bioenergie o gli impianti per la cattura del carbonio, cui gli analisti affidano lo stoccaggio di 5 gigatonnellate di CO2 all’anno entro il 2060. Tuttavia, molti osservatori sono scettici su tali soluzioni, sia per l’insostenibilità delle bioenergie, sia per la lentezza degli sviluppi nel settore della cattura del carbonio.

Parte del rapporto è dedicata però anche ai progressi nel campo delle rinnovabili, per misurare quali tecnologie siano in linea con uno scenario compatibile con l’accordo sul clima. Ad esempio la IEA sostiene che veicoli elettrici, accumulo energetico, fotovoltaico ed eolico siano sulla buona strada per contribuire ad un cambiamento in linea con gli obiettivi di Parigi (fonte: Rivvovabili.it).

Luisa Di Fabio

 

Comments are closed.