Crisi greca: i continui rinvii all’accordo e la razione dei mercati (27.06.2015)

Nel febbraio scorso, nonostante la forte opposizione di alcuni stati creditori, il triunvirato BCE/FMI/EFSF (la Troika), a seguito di una serie di impegni assunti dal Governo Tzipras, ha deciso di prorogare l’assistenza finanziaria alla Grecia per un massimo di quattro mesi, proponendo la riapertura dei negoziati sulla modalità di rimborso dei crediti preesistenti e su un ulteriore piano di finanziamento. Il 30 giugno la Grecia sarà chiamata a restituire 1,6 miliardi al FMI e nei due mesi successivi 7 miliardi circa alla BCE.
Sono ormai settimane che si susseguono incontri tra la Grecia e i suoi creditori per cercare di raggiungere un compromesso sostenibile da ambo i lati, con l’intento di sbloccare l’ultima tranche del programma e scongiurare il rischio di un imminente default. Il dilagante utilizzo del termine “Grexit” da parte dei media, difatti, sta proprio a indicare la possibilità che la Grecia, non riuscendo più ad onorare i suoi debiti, sia costretta ad “uscire dall’euro” e abbandonare la moneta unica.
Con il verificarsi di una simile circostanza, gli scenari potrebbero essere molteplici. Il Governo greco riacquisterebbe immediatamente la sovranità monetaria ceduta alla BCE e tornerebbe a stampare dracma, fissando la parità con l’euro al valore d’ingresso nell’UEM. La nuova valuta sarebbe sottoposta ad un forte attacco speculativo che ne ridurrebbe il valore, creando problemi sia a livello interno, per quanto riguarda la quota di importazioni e i movimenti di capitale, che a livello esterno per il debito contratto in euro. La Grecia, inoltre, non sarebbe l’unica a pagarne le conseguenze. Le preoccupazioni maggiori di un default con conseguente uscita dall’euro fanno riferimento, soprattutto, al rischio emittente, in base all’esposizione degli altri paesi dell’Unione (l’Italia è esposta per 40 miliardi, la Germania per 56, la Francia per 42) e al rischio contagio sul livello dei tassi di interesse dei titoli di stato (decisamente contenuto negli ultimi tempi anche grazie al Quantitative Easing). Bisogna, poi, considerare un possibile intervento da parte della Russia che, garantendo sostegno finanziario alla Grecia, potrebbe aprirsi un canale preferenziale in Europa.
Né il Governo greco e né i greci stessi vogliono accettare di pagare un prezzo così alto. Anche gli Stati creditori convengono sull’impossibilità di perseguire l’ottimalità paretiana nel raggiungimento di un accordo, e sembrano disposti a trovare un compromesso sulle nuove riforme proposte da Tzipras. Il vertice del 22 giugno ha finalmente riaperto qualche barlume di speranza su una possibile intesa. Dello stesso parere, tuttavia, non è il FMI che, alla vigilia dell’Eurogruppo, si è detto insoddisfatto del programma di Tzipras, invitando quest’ultimo a concentrarsi sui tagli al sistema pensionistico e agli stipendi dei dipendenti pubblici. Tali affermazioni del FMI hanno destabilizzato i mercati, in particolar modo il mercato dei cambi, fino ad oggi inaspettatamente calmi, nonostante la pressione mediatica degli ultimi giorni. Il grafico sottostante (Figura 1) mostra l’andamento settimanale del tasso di cambio euro-dollaro (EUR/USD): il tasso, per natura soggetto ad una volatilità elevata, non ha subito variazioni rilevanti sino alla chiusura del 24 giugno.

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Di norma gli agenti del mercato, in una prospettiva di instabilità dell’area-euro a seguito del default greco, avrebbero scommesso su un deprezzamento repentino della valuta. In un primo momento si è verificato esattamente l’opposto, l’euro si è apprezzato per un’intera settimana. La situazione non cambia se si amplia la base temporale della rilevazione (Figura 2), considerando l’andamento del tasso di cambio nell’ultimo mese.

Immagine1Gli operatori del mercato, dunque, hanno creduto fino in fondo alla possibilità di giungere ad una soluzione ragionevole. Le motivazioni di tale posizione vanno ricercate su più fronti. Senza dubbio fondamentale è, nella partita, il ruolo giocato dalla BCE, che cerca di preservare la stabilità dell’Unione attraverso gli strumenti di politica monetaria a sua disposizione, dai programmi di acquisto di attività cartolarizzate, all’OMT (Outright Monetary Transactions), al QE (Quantitative Esing), all’ELA (Emergency liquidity assistance). Tramite quest’ultima procedura la BCE assicura la liquidità necessaria agli istituti di credito in situazioni di corsa agli sportelli (bank run), come sta accadendo oggi in Grecia: da ottobre 2014 ad aprile 2015 i soggetti residenti e non hanno ritirato circa il 22% dei depositi totali, circa il 2,2% solo nell’ultima settimana (Bank of Greece). Il 15 giugno scorso il Presidente della BCE Mario Draghi dice: “liquidity will continue to be extended as long as Greek banks are solvent and have sufficient collateral” e conferma la decisione del Consiglio direttivo di aumentare di 2,3 miliardi di euro la somma stanziata per finanziare le banche greche. È superfluo sottolineare l’importanza e l’influenza delle parole di Draghi sull’andamento dei mercati. Va in aggiunta considerata la posizione di Atene, pronta ad opporsi ad ogni costo alle politiche di austerity imposte dai creditori da un lato, ma dall’altro consapevole dei rischi che correrebbe rinunciando alla moneta unica. È lo stesso Varoufakis a citare una famosa canzone degli Eagles, Hotel California: “l’euro è come l’Hotel California, you can check out any time you like, but you can never leave”. Frase a dir poco emblematica. I Trattati dell’Unione prevedono esplicitamente solo la una procedura di recesso dall’Unione Europea (art. 50 TUE), mentre non è prevista alcuna disciplina per l’abbandono dell’euro. Nel caso in cui la Grecia decidesse di recedere dall’Unione non potrebbe più beneficiare del mercato unico e di tutti i vantaggi commerciali a esso connessi, ma allo stesso tempo potrebbe risollevare le sorti della sua economia fungendo da esempio per altri paesi europei, come tra l’altro sostiene un autorevole economista quale Krugman.
Si è giunti ora alla resa dei conti. L’Eurogruppo deve esprimere il suo parere sull’erogazione dell’ultimo prestito necessario per ripagare la rata al FMI in scadenza il 30 giugno prossimo. Non esistono molte alternative: se l’accordo non viene raggiunto si decreterà, non il fallimento della Grecia, ma il fallimento di una costituenda unione politica. Probabilmente ancora una volta l’austerity tornerà a casa vittoriosa.

Cristiana Fiorelli

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