Consiglio Ambiente del 13 ottobre 2017: concordata una posizione sulla proposta di regolamento che riguarda la riduzione di gas nocivi nei settori NON-ETS (21.10.2017)

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È stato un incontro importante quello che si è tenuto a Bruxelles il 13 ottobre scorso, quando il Consiglio dell’Unione europea si è riunito nella formazione “Ambiente”. Importante non solo perché i ministri riuniti hanno adottato conclusioni sull’accordo di Parigi, ma soprattutto perché è stata raggiunta un’intesa sulle posizioni negoziali degli Stati membri relative al regolamento sulla condivisione degli sforzi e al regolamento sull’uso del suolo, il cambiamento di uso del suolo e la silvicoltura (il c.d. Regolamento LULUCF, Land Use, Land Use and Change and Forest).

I due atti prendono in esame tutti quei settori che vengono identificati come non-ETS, ovvero trasporti, edilizia, servizi, agricoltura, rifiuti e piccoli impianti industriali, ambiti che, al contrario dei settori ETS, riguardano molto più da vicino la vita dei singoli cittadini europei.

Il sistema Emission Trade Scheme (ETS) è un sistema di scambio delle quote di Co2 ed ha l’obiettivo di aiutare gli Stati membri dell’Unione a rispettare gli impegni assunti per limitare o ridurre le emissioni di gas serra in maniera economicamente efficace nei settori industriali “energivori” (grandi consumatori di energia): termoelettrico, raffinazione, produzione di cemento, di acciaio, di carta, di ceramica, di vetro. Il sistema ETS si basa sul “cap-and-trade”, ovvero un tetto massimo entro il quale le emissioni devono essere contenute ma all’interno del quale viene consentito ai partecipanti di acquistare e vendere quote secondo le loro necessità. Nel sistema attuale, che verrà rivisto attraverso la proposta legislativa attualmente in discussione, gli Stati membri devono preparare i piani nazionali di assegnazione (PNA) nei quali determinano il rispettivo livello totale di emissioni nell’ambito del sistema ETS e il numero di quote di emissione che assegnano ad ogni impianto situato nel loro territorio. Alla fine di ogni anno gli impianti devono restituire un numero di quote equivalente alle emissioni che hanno prodotto. Le imprese che emettono meno emissioni rispetto alle quote ricevute possono vendere le quote in più, mentre quelle che hanno difficoltà a mantenersi entro i limiti delle quote ottenute possono decidere se intervenire per ridurre le proprie emissioni (ad esempio investendo in tecnologie più efficienti o utilizzando fonti energetiche a minore intensità di carbonio) oppure acquistare sul mercato le quote in più di cui hanno bisogno, o ancora ricorrere a una combinazione di queste due soluzioni.

Interessante a tal proposito è un documento di Confindustria del 2016 che evidenzia come «la proposta è rivolta alle pubbliche amministrazioni e gli impatti sui vari stakeholder (industria e consumatori) dipenderanno dalla natura e dal campo di applicazione delle misure nazionali e europee che verranno adottate. Per quanto riguarda l’Italia, la Commissione europea ha fissato un obiettivo di riduzione nei settori non-ETS del 33%. Gli obiettivi nazionali sono stati definiti sulla base del peso di ciascuna economia in termini di PIL pro-capite e il contributo di ciascuno Stato Membro varia da 0% a 40%».

Grazie alle misure LULUCF, che riguardano il settore agricolo in generale, si riesce invece a compensare circa il 7% delle emissioni totali a livello europeo. Secondo quanto contenuto in una nota di Coldiretti, il settore LULUCF, tuttavia, si presenta estremamente complesso perché è l’unico dove si hanno anche degli assorbimenti di CO2 e dove il bilancio del carbonio è condizionato sia da fattori antropici che naturali. In questo ambito, per incentivare azioni di riduzione delle emissioni e/o aumento degli assorbimenti, sono state elaborate complicate regole di contabilizzazione per ciascuna tipologia d’uso del suolo ed il risultato di questi bilanci porta a generare “crediti”, da utilizzare – seppure in parte – nei settori non-ETS oppure “debiti” che dovranno essere compensati-nella loro totalità- da ulteriori riduzioni di emissioni da altri settori ETS. A causa di tali regole alcune associazioni ambientaliste hanno parlato di “scappatoie” che allontano dagli impegni di riduzione del settore agricolo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni da parte del settore agricolo devono essere effettivamente percorribili per le imprese e per i settori produttivi e non devono minare la competitività delle imprese, anche considerando che la sostenibilità è un obiettivo ambientale, ma anche sociale ed economico. Con riferimento a ciò, la stessa Coldiretti ritiene indispensabile non solo mantenere i criteri di flessibilità introdotti, ma anche ampliarne le possibilità, in modo da consentire la scelta di strumenti e misure differenziate e più adeguate, incentivando così, il più rapido raggiungimento degli obiettivi.

Difficile dire a tutt’oggi se cittadini e piccole e medie imprese risentiranno dei costi, oltre che dei benefici derivanti da una migliore qualità ambientale, di un tale cambiamento.

L’obiettivo generale che si è posta l’Unione europea è di ridurre le emissioni di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Il tema delle riduzioni dei gas inquinanti è pertanto fondamentale e al suo interno i settori non-ETS rivestono un ruolo cruciale in quanto tramite essi potrebbe essere reale lo sviluppo di tecnologie e di soluzioni per l’efficienza energetica tali da ridurre le emissioni dannose. Un esempio che viene portato molto spesso è quello dell’edilizia in quanto tale campo potrebbe apportare risultati significativi se venisse messa in piedi una politica diffusa di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente, pubblico e privato.

La riduzione dei gas nocivi provenienti dai settori non-ETS è tuttavia una grande sfida alla quale sottostanno nodi, problemi, criticità e ostacoli di diversa natura, tutti non ancora risolti. È stato infatti evidenziato da più parti che «l’ambizioso obiettivo di riduzione di CO2 nel settore non-ETS potrà essere conseguito prioritariamente tramite l’azione combinata di misure di efficienza energetica per la riduzione dei consumi finali e un incremento dell’elettrificazione per soddisfare i consumi residui. Il contributo delle fonti rinnovabili sarà invece più limitato a causa delle difficoltà che riguardano l’integrazione (solare termico), gli impatti sulla qualità dell’aria (combustione da biomasse) e la sostenibilità ambientale (biocarburanti)» (bozza di Strategia Energetica Nazionale – SEN – Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare).

I testi delle proposte di regolamento passeranno ora all’esame del Parlamento europeo.

Gli atti richiamati sono centrali anche per il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici e proprio nell’ambito di tali obiettivi il Consiglio Ambiente ha adottato due Conclusioni, una per la preparazione della 23ª sessione della conferenza delle parti (COP 23) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che si terrà a Bonn dal 6 al 17 novembre 2017; e l’altra sulle priorità dell’UE per la 3ª sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEA-3), che si terrà a Nairobi dal 4 al 6 dicembre 2017 il cui file rouge sarà l’inquinamento.

Se i propositi fin qui delineati possono essere considerati buoni, stessa cosa non può certo dirsi per gli scenari futuri: non bisogna infatti dimenticare che l’amministrazione statunitense di Donald Trump intende modificare la posizione che l’ex Presidente Obama aveva assunto sull’accordo raggiunto a Parigi. Fondamentale sarà anche capire come intenderà muoversi la potenza cinese che, secondo alcune stime della Peking University cinese del 2015, contribuisce da sola al 10% dell’inquinamento globale.

Luisa Di Fabio

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