Clima, qualità dell’aria ed economia circolare: i principali dossier del Consiglio Ambiente (28.06.2016)

I ministri dell’Ambiente europei, sotto la presidenza di turno olandese, si sono riuniti a Lussemburgo lo scorso 20 giugno. Sul tavolo, una serie di temi che si inseriscono in una fase senza dubbio trainata dal capitolo clima, rispetto al quale la comunità internazionale e la stessa Unione Europea sono impegnate nel delicato momento di ratifica e di attuazione di impegni che, in alcuni elementi, giustificano la valenza storica che è stata loro attribuita. Sviluppi significativi si sono registrati poi in tema di misure di contrasto all’inquinamento dell’aria e di economia circolare, in relazione al quale è in corso il dialogo inter-istituzionale.
Clima. “Vogliamo mandare un messaggio politico chiaro sull’impegno europeo di affrontare i cambiamenti climatici. Siamo determinati a ratificare l’accordo di Parigi il prima possibile e lavorare per una sua attuazione effettiva”. Con queste parole la ministra dell’Ambiente olandese, Sharon Dijksma, ha accompagnato l’adozione di una dichiarazione, da parte del Consiglio da lei presieduto, relativa ai cambiamenti climatici. Il binario politico negli ultimi mesi è stato tracciato in maniera netta. L’accordo concluso a Parigi nel dicembre 2015 e firmato nella cerimonia del 22 aprile 2016 a New York rappresenta senza dubbio una pietra miliare nell’ambito dell’approccio della comunità internazionale nei confronti dell’annoso problema. Un accordo – che si instaura nell’ambito della 21° Conferenza delle Parti (COP21) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) – la cui peculiarità consiste, oltre che nella sua sostanziale universalità, nella definizione di impegni precisi e soprattutto vincolanti per gli stati firmatari. Raggiunto dopo dodici giorni di negoziati a Le Bourget il 12 dicembre – e dopo aver riconosciuto la minaccia urgente e potenzialmente irreversibile costituita dai cambiamenti per le società umane e per il pianeta – l’accordo di Parigi prevede di contenere l’aumento della temperatura globale rispetto ai valore pre-industriali “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi”, sforzandosi di fermarsi a +1,5°. Per centrare l’obiettivo, le emissioni devono cominciare a calare dal 2020. Si diceva della sostanziale universalità. Una delle questioni che fino ad ora avevano impedito l’adozione di misure incisive contro i cambiamenti climatici era la mancanza di accordi unanimi e e la contestuale predominanza di strategie di sviluppo ed industriali divergenti tra i vari paesi. Un cambio di rotta determinato nell’ultima intesa riguarda proprio l’accettazione formale dei vincoli da parte dei quattro maggiori responsabili dell’inquinamento: India, Cina, Stati Uniti e la stessa UE. Non mancano, tuttavia, delle critiche rivolte ai termini dell’accordo. Secondo alcune organizzazioni ambientaliste, infatti, la mancanza di un calendario preciso che scandisca il percorso di “decarbonizzazione” delle economie e l’abbandono progressivo di risorse energetiche fossili rappresenta senz’altro un vulnus del testo; così come la mancata attribuzione ad un organismo internazionale del potere di certificare l’effettiva riduzione delle emissioni di gas serra, invece lasciata, soprattutto su richiesta della Cina, ad un’autocertificazione. Per entrare in vigore nel 2020, l’accordo deve ora essere ratificato, accettato o approvato da almeno 55 paesi, che rappresentano complessivamente il 55 per cento delle emissioni mondiali di gas serra. La dichiarazione del Consiglio intende proprio incentivare i paesi europei ad intraprendere tutti gli step che, secondo le rispettive norme interne e costituzionali, siano in grado di adempiere agli impegni presi e di rendere effettivi i termini di un accordo la cui entrata in vigore si considera non più procrastinabile.
Inquinamento dell’aria. La riunione dei ministri dell’ambiente europei ha costituito la preziosa occasione per fare il punto della situazione in merito al dialogo in corso con il Parlamento europeo sulla direttiva proposta dalla Commissione: la cosiddetta NEC (New Emissions Ceilings) Directive. Quest’ultima andrebbe a sostituire le norme attualmente esistenti in materia di limiti all’emissione di sostanze inquinanti dell’aria da parte dei paesi membri (Directive 2001/81/EC); tali norme resterebbero comunque in vigore fino al 2019. La direttiva proposta stabilisce nuovi impegni per i governi con soglie più restrittive, allargate a sostanze prima escluse dalla normativa, come particolato e metano. Il 16 dicembre 2015, il Consiglio ha raggiunto un accordo relativo all’adozione di un approccio condiviso sulla proposta della Commissione, che servirà da base per l’iter che coinvolgerà anche il Parlamento. La Commissione ha presentato la sua proposta nell’ambito del “Air quality package” risalente al dicembre 2013.
Economia circolare. Il Consiglio ha discusso, adottando le relative conclusioni, il piano d’azione sull’economia circolare. La “ratio” dell’iniziativa risiede nel perseguimento di una strategia volta a ridurre gli sprechi e mantenere le risorse nel ciclo economico per un lasso di tempo maggiore. L’impegno europeo in tal senso si ascrive nel tentativo di promuovere una transizione verso un modello economico più sostenibile, basato sul riutilizzo e sul recupero delle materie. I ministri europei hanno quindi accolto con favore la comunicazione della Commissione del 2 dicembre scorso, e si sono impegnati a supportarne la realizzazione. Nel documento, palazzo Berlaymont aveva stabilito nuovi obiettivi per il 2030, in particolare: il 65% del riciclaggio per i rifiuti urbani, il 75% per quelli da imballaggio, oltre ad un obiettivo vincolante di un massimo del 10% di rifiuti che possono essere mandati in discarica; da menzionare, inoltre, un sistema di incentivi indirizzato ai produttori per promuovere un maggiore accesso al mercato di articoli più ecologici.

Diego Del Priore

Per saperne di più
Air Quality Package
UNFCCC

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