Ambiente e Clima: al via la ratifica dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici da parte dell’Unione europea (06.10.2016)

A quasi un anno dalla COP 21 – la Conferenza di Parigi sul cambiamento climatico tenutasi tra il 30 novembre e l’11 dicembre 2015 – a Bruxelles si è riunito il Consiglio Ambiente. L’incontro riveste una particolare importanza in quanto il 30 settembre 2016 i Ministri competenti hanno deciso di accelerare il processo di ratifica dell’Accordo raggiunto a Parigi, il quale rappresenta la cornice entro cui dovranno di fatto essere prese le decisioni sulle azioni future in tema di cambiamenti climatici.

Durante la Conferenza di Parigi, che si è tenuta sotto l’egida delle Nazioni Unite, 197 stati hanno firmato un accordo vincolante sul piano giuridico, che riguarda le sfide che i cambiamenti climatici impongono al mondo intero e, mentre il famoso Protocollo di Kyoto aveva visto una partecipazione limitata, non essendo presenti alla firma i principali attori dell’inquinamento globale e la Conferenza di Copenaghen del 2009 era stata un fallimento, con la Conferenza di Parigi l’Unione europea ha giocato un ruolo da protagonista riuscendo a coinvolgere anche USA e Cina. L’accordo, inoltre, è riuscito da un lato a far convergere le istanze dei Paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo nell’obiettivo ambizioso del mantenimento della temperatura media del pianeta al di sotto dei due 2°C, ma soprattutto, dall’altro, nell’intento di limitare la soglia ad 1,5°C tramite il contributo dei cosiddetti Piani nazionali, presentati da 185 Paesi. Esso, in aggiunta, ha previsto il bilanciamento tra quantità di gas emessa ed assorbita entro l’anno 2100.
Nonostante la mancanza di riferimenti importanti nel testo dell’Accordo, quali quelli riguardanti il commercio internazionale e le relative emissioni inquinanti che derivano dal traffico aereo e marittimo, quella voluta dalla Presidenza francese è un’intesa internazionale, primo segno di cooperazione dopo lunghi anni di silenzio, disaccordi e prese di posizione degli Stati inconciliabili tra loro, dimostrazione della consueta mancanza di consapevolezza e volontà.

La riunione straordinaria del Consiglio Ambiente di pochi giorni fa, per l’approvazione della ratifica da parte dell’Unione europea dell’accordo internazionale raggiunto nella capitale francese lo scorso anno, si è vista necessaria in quanto appartiene alla categoria degli accordi misti – quelli cioè che devono ottenere il consenso sia da parte dell’Unione (tramite una decisione del Consiglio che, come anche in questo caso, deve attendere il consenso del Parlamento europeo prima di adottare la sua decisione formale, artt. 216-218 TFUE), che da parte dei singoli Stati membri – poiché la materia in oggetto rientra nelle competenze concorrenti dell’UE (art. 4, par. 2 TFUE). L’accordo prevede, inoltre, per la sua entrata in vigore, il deposito a New York delle ratifiche provenienti da 55 Paesi che totalizzino il 55% delle emissioni di anidrite carbonica. Ad oggi, i Paesi che hanno depositato gli strumenti di ratifica dell’Accordo sono 63 (tra i quali bisogna menzionare la Cina, il Brasile, gli Stati Uniti d’America e l’India) che insieme raggiungono il 52,11% di emissioni nocive globali.

A pochi giorni di distanza dalla riunione del Consiglio Ambiente si è pronunciato il Parlamento europeo che, il 4 ottobre 2016 in seduta plenaria, ha dato al Consiglio il proprio consenso alla ratifica con 610 voti a favore, 38 contrari e 31 astensioni, alla presenza del Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker, del Segretario Generale delle Nazioni Unite Banki Moon e del Presidente della COP 21 Ségolène Royal. In questo modo si è concluso il processo politico in seno all’Unione europea ed è stata spianata la strada alla convalida da parte del Consiglio. Da adesso infatti, quest’ultimo potrà adottare formalmente la decisione tramite una procedura scritta d’urgenza cosicché l’UE, insieme ai 7 Stati membri che hanno già completato il processo nazionale di approvazione (Ungheria, Francia, Slovacchia, Austria, Malta, Portogallo e Germania che insieme totalizzano circa il 5% delle emissioni globali), possa depositare venerdì 7 ottobre gli strumenti di ratifica presso la sede delle Nazioni Unite.

Una nota stonata è rappresentata dall’Italia che, come sostiene il Presidente nazionale di Legambiente, sta perdendo una grossa occasione per porsi come leader nel contrasto ai cambiamenti climatici in quanto, non solo non ha ancora ratificato l’Accordo, ma non ha neanche spiegato come intende procedere per concretizzare in ambito nazionale gli obiettivi firmati a Parigi. Il Presidente ha continuato infatti dicendo: «Al Governo Renzi chiediamo di dotarsi di piani di decarbonizzazione, di una nuova Strategia Energetica Nazionale e di sostenere veramente la conversione verso un’economia low carbon. Il Piano Nazionale Industriale 4.0 e la legge di bilancio 2017 sono, in questo senso, due grandi occasioni da non perdere per accelerare la decarbonizzazione dell’economia e puntare sul pieno sviluppo delle energie pulite, sull’innovazione tecnologica e la bioeconomia. Una grande sfida per il rilancio economico dell’Italia e per il conseguimento degli accordi sul clima che il nostro Paese non deve perdere».

Il prossimo incontro dei leader mondiali sui temi dell’energia, del clima e dell’ambiente si terrà dal 7 al 18 novembre 2016 in occasione della Conferenza sui cambiamenti climatici di Marrakech (COP 22), durante la quale ci si aspetta che i Paesi partecipanti lavorino congiuntamente per rendere reali i propositi teorici, tramite la creazione di una cornice nella quale inserire le novità tecnologiche che possano aiutare i Paesi più vulnerabili dal punto di vista economico e geografico. Inoltre ci si aspetta molto sul fronte del rafforzamento degli strumenti finanziari, in quanto a Parigi è stato deciso, da un lato, che l’Unione Europea e gli altri Paesi sviluppati sosterranno i Paesi in via di sviluppo nel compito di rafforzare l’azione per il clima mediante una cooperazione internazionale per l’adattamento, con un supporto di 100 miliardi di dollari ogni anno, fino al 2025; dall’altro, diversi organismi internazionali e regionali hanno manifestato l’intenzione di accrescere i loro contributi per i prossimi cinque anni: la Banca Africana per lo Sviluppo con 5 miliardi di dollari, la Banca Asiatica per lo Sviluppo con 6 miliardi di dollari, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo con 20 miliardi di dollari, la Banca Europea per gli Investimenti con 100 miliardi di dollari, la Banca Interamericana per lo Sviluppo con un aumento del 30% degli stanziamenti annuali e il Gruppo della Banca Mondiale con lo stanziamento di circa 30 miliardi di dollari.

In realtà l’Unione europea non è nuova ad iniziative che si pongono sulla scia della c.d. resilienza ai cambiamenti climatici. Proprio negli ultimi anni sono state presentate le tre strategie di lungo periodo adottate dalla Commissione europea: “Pacchetto per l’energia e per il clima 2020”; “Quadro per il clima e l’energia 2030”; “Un’economia a basse emissioni di carbonio entro il 2050”.

Del Pacchetto per l’energia e per il clima 2020 fanno parte una serie di norme vincolanti, volte a garantire che l’UE raggiunga i suoi obiettivi in materia di clima ed energia entro il 2020, fissando come traguardi: il taglio del 20% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990, che il 20% del fabbisogno energetico ricavato provenga da fonti rinnovabili e che ci sia un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica. Il Quadro per il clima e l’energia 2030 definisce invece tre obiettivi principali da realizzare entro l’anno indicato e sono: la riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990, una quota almeno del 27% di energia rinnovabile e un miglioramento almeno del 27% dell’efficienza energetica. Dato che l’Unione europea risponde ad una logica circolare per la quale ogni azione deve essere coerente con le altre, il quadro che è stato adottato dall’UE nell’ottobre 2014 si basa sul pacchetto per il clima e l’energia 2020, sulla tabella di marcia per l’energia 2050 e sul Libro bianco sui trasporti, con l’obiettivo di lungo termine di passare ad un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio entro il 2050. Infatti, proprio in coerenza con l’ultimo dei tre pacchetti menzionati, Un’economia a basse emissioni di carbonio, è prevista la riduzione  dell’80% delle stesse emissioni entro il 2050 sempre rispetto ai livelli del 1990. La coerenza dell’azione dell’Unione si evince anche dal fatto che gli obiettivi sopra definiti sono gli stessi fissati dalla strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, di cui fa parte tra le altre cose, LIFE, il Programma pluriennale per l’ambiente e l’azione per il clima della Commissione europea che ha una dotazione finanziaria per il periodo 2014/2020 di circa 3,5 miliardi di EUR per progetti che riescano a coniugare crescita e protezione ambientale. Sullo stesso piano possono essere annoverati, seppur con i dovuti distinguo, i Programmi NER 300 e HORIZON 2020.

Luisa Di Fabio

Per saperne di più:

Accordo di Parigi

Azione sul clima

Strategia Europa 2020

Programma della Commissione europea LIFE

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